Chi deve pagare i costi della casa di cura del malato di alzheimer che non riesce a coprirli interamente con la propria pensione? I parenti o lo Stato?

Con una netta inversione di orientamento, infatti, il Tribunale civile di Padova con la sentenza numero 2552/2016 aveva stabilito che i famigliari avrebbero dovuto pagare per il loro caro affetto da alzheimer, ricoverato in una struttura assistenziale, poiché la pensione di quest’ultimo non era sufficiente a coprire i costi della struttura stessa.
Era stato quindi confermato il decreto ingiuntivo che una casa di riposo aveva emesso a carico di due famigliari di una anziana, affetta da alzheimer, lì ricoverata.
Il giudice di Padova, nella propria sentenza, citava la decisione della Cassazione n. 4558/2012 che aveva invece posto un principio fondamentale: “l‘attività prestata in favore di un soggetto gravemente affetto da mordo di Alzheimer ricoverato in istituto di cura è qualificabile come attività sanitaria, quindi di competenza del servizio sanitario nazionale, non essendo possibile determinare le quote di natura sanitaria e detrarle da quelle di natura assistenziale.
Per la Cassazione ne conseguiva la non recuperabilità, mediante azione di rivalsa a carico dei parenti del paziente, delle prestazioni di natura assistenziale.
Il giudice civile di Padova, con un improvviso cambio di orientamento, aveva affermato però nella propria sentenza che “il quadro normativo di riferimento, rispetto a quello che ha consentito alla Suprema Corte di adottare la decisione 4558/2012 appare oggi radicalmente mutato”. Per il giudice di Padova non sarebbe più possibile far leva solo sul fatto che non sono distinguibili i costi sanitari da quelli assistenziali per non versare quanto non corrisposto alla casa di cura direttamente dai malati.
Avevamo concluso il nostro articolo con la speranza che la Cassazione rimanesse sull’orientamento preso con la propria sentenza n. 4558/2012.
Torniamo ora sulla questione per una nuova sentenza, la n. 617/2017, del tribunale di Monza questa volta, che, invece ha stabilito, che la retta per il paziente malato di Alzheimer, ricoverato in una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa) è a carico dello Stato e non dei familiari.
In quest’ultimo caso, dunque, il decreto ingiuntivo finalizzato ad ottenere dai congiunti di una paziente affetta da Alzheimer il pagamento della retta per il ricovero, è stato revocato e il giudice ha anche condannato la struttura a restituire quanto già in precedenza percepito dai parenti dell’anziana signora.
Quest’ultima decisione, dunque, si conforma all’orientamento più favorevole ai malati di alzheiemer e alle loro famiglie, non potendo su di loro gravare un’attività di rilievo sanitario.

maltrattamenti in famiglia

#dirittoinpillole MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 24 febbraio 2017, n.9154

Il compimento di più atti di natura vessatoria idonei a determinare sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, integra il delitto di maltrattamenti, senza che sia necessario che essi vengano posti in essere per un tempo prolungato, essendo sufficiente la loro ripetizione, anche se per un limitato periodo di tempo.
[…]
L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche dove fosse sostenuto da animus corrigendi, integra il delitto di maltrattamenti.

Quale comportamento tenere in caso di incidente stradale? Qualche indicazione dalla Suprema Corte.

A chi non è mai capitato di essere coinvolto in un sinistro stradale? Ma quanti sanno quale comportamento occorre tenere in caso di incidente stradale e a quali conseguenze ci si espone in caso omissione? In questo post cercheremo di rispondere a queste domande prendendo le mosse innanzi tutto dal dettato normativo. In questo caso viene in rilievo l’art. 189 del codice strada che ci dice testualmente quale comportamento tenere in caso di sinistro stradale.
italian_traffic_signs_-_incidente-svg_
Art. 189 del Codice della strada.
Comportamento in caso di incidente

1. L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona.

2. Le persone coinvolte in un incidente devono porre in atto ogni misura idonea a salvaguardare la sicurezza della circolazione e, compatibilmente con tale esigenza, adoperarsi affinché non venga modificato lo stato dei luoghi e disperse le tracce utili per l’accertamento delle responsabilità.
3. Ove dall’incidente siano derivati danni alle sole cose, i conducenti e ogni altro utente della strada coinvolto devono inoltre, ove possibile, evitare intralcio alla circolazione, secondo le disposizioni dell’art. 161. Gli agenti in servizio di polizia stradale, in tali casi, dispongono l’immediata rimozione di ogni intralcio alla circolazione, salva soltanto l’esecuzione, con assoluta urgenza, degli eventuali rilievi necessari per appurare le modalità dell’incidente.
4. In ogni caso i conducenti devono, altresì, fornire le proprie generalità, nonché le altre informazioni utili, anche ai fini risarcitori, alle persone danneggiate o, se queste non sono presenti, comunicare loro nei modi possibili gli elementi sopraindicati.
5. Chiunque, nelle condizioni di cui al comma 1, non ottempera all’obbligo di fermarsi in caso di incidente, con danno alle sole cose, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 296 (7) a euro 1.183 (7). In tale caso, se dal fatto deriva un grave danno ai veicoli coinvolti tale da determinare l’applicazione della revisione di cui all’articolo 80, comma 7, si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da quindici giorni a due mesi, ai sensi del capo I, sezione II, del titolo VI. (1) (2)
6. Chiunque, nelle condizioni di cui comma 1, in caso di incidente con danno alle persone, non ottempera all’obbligo di fermarsi, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (3) Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre anni, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. Nei casi di cui al presente comma sono applicabili le misure previste dagli articoli 281, 282, 283 e 284 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti previsti dall’articolo 280 del medesimo codice, ed è possibile procedere all’arresto, ai sensi dell’articolo 381 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti di pena ivi previsti. (4)
7. Chiunque, nelle condizioni di cui al comma 1, non ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite, è punito con la reclusione da un anno a tre anni. (5) Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo non inferiore ad un anno e sei mesi e non superiore a cinque anni, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. (1)
8. Il conducente che si fermi e, occorrendo, presti assistenza a coloro che hanno subìto danni alla persona, mettendosi immediatamente a disposizione degli organi di polizia giudiziaria, quando dall’incidente derivi il delitto di lesioni personali colpose, non è soggetto all’arresto stabilito per il caso di flagranza di reato.(8)
8-bis. Nei confronti del conducente che, entro le ventiquattro ore successive al fatto di cui al comma 6, si mette a disposizione degli organi di polizia giudiziaria, non si applicano le disposizioni di cui al terzo periodo del comma 6.
9. Chiunque non ottempera alle disposizioni di cui ai commi 2, 3 e 4 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 85 (7) a euro 338 (7). (2)
9-bis. L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno.
Chiunque non ottempera agli obblighi di cui al periodo precedente è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 413 (7) a euro 1.656 (7). Le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti devono porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso. Chiunque non ottempera all’obbligo di cui al periodo precedente è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 82 a euro 328. (6) (7)

(1) Questo comma è stato così sostituito dalla L. 9 aprile 2003, n. 72.

(2) Comma così modsificato dal D.M. 22 dicembre 2010, in G.U. n. 305 del 31-12-2010.
Successivamente l’importo è stato aggiornato dall’art. 1, D.M. 19 dicembre 2012, a decorrere dal 1° gennaio 2013.
(3) Le parole: “da tre mesi a tre anni” sono state così sostituite dalle attuali: “da sei mesi a tre anni” dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92.
(4) Questo comma è stato così modificato dal D. L. 23 maggio 2008, n. 92.
(5) Le parole: “da sei mesi a tre anni” sono state così sostituite dalle attuali: “da un anno a tre anni” dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92.
(6) Comma inserito dalla L. 29 luglio 2010, n. 120.
(7) Importo così aggiornato dall’art. 1, comma 1, D.M. 16 dicembre 2014, a decorrere dal 1° gennaio 2015.
(8) Comma così sostituito dall’ art. 1, comma 6, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’ art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

In sintesi, in caso di sinistro stradale vi è l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza. In ogni caso deve avvenire lo scambio dei dati.
Chiunque non ottempera all’obbligo di fermarsi, in caso di sinistro con soli danni alle cose, è soggetto ad una sanzione amministrativa e in caso di grave danno al veicolo, alla sospensione della patente.
Nel caso in cui ci fossero anche dei danni alle persone, la mancata ottemperanza all’obbligo di fermarsi comporterà invece una sanzione penaleoltre alla sospensione della patente di guida. 
Identico comportamento dovrà tenersi nel caso in cui il sinistro veda coinvolti animali.  
Ora occorre chiedersi: cosa comprende questo obbligo di fermarsi? Basta una breve sosta? La Cassazione ci dà qualche indicazione: risponde comunque del reato previsto dall’art. 189, comma sesto (in relazione al comma primo), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, insufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento (Sez. 4, n. 9128 del 02/02/2012 – dep. 07/03/2012, Boffa, Rv. 252734), nella consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro) (Sez. 4, n. 5510 del 12/12/2012 – dep. 04/02/2013, Meta, Rv. 254667).

Suprema Corte di Cassazione

sezione IV

sentenza 29 ottobre 2015, n. 43624

Ritenuto in fatto
1. F.P. ricorre avverso la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Milano ha confermato quella pronunciata dal Tribunale del medesimo capoluogo, con la quale egli é stato giudicato responsabile dei reati di cui rispettivamente all’art. 189, co. 1 e 6 e all’art. 189, co. 1 e 7 Cod. str.
Con il ricorso, proposto personalmente, articolando tre motivi, i primi due denuncianti violazione di legge, l’imputato si duole del fatto che la Corte di appello non abbia dato rilievo al comportamento tenuto subito dopo il sinistro, essendosi egli fermato ad aiutare la persona offesa a rialzarsi e poi si era allontanato credendo in buona fede che dall’incidente stradale non fossero scaturite conseguenze lesive ad altri, non avendo avuto nell’immediato cognizione di quali fossero le reali condizioni di salute della persona offesa.
Con il terzo motivo egli deduce vizio motivazionale perché la Corte é incorsa nel travisamento della prova, atteso che dalle risultanze probatorie non emerge alcuna condotta omissiva del ricorrente, ed ha redatto una carente e contraddittoria motivazione, in merito alla circostanza che l’imputato si era allontanato immediatamente a tutta velocità; ciò perché nella sentenza non si fa alcun riferimento alle risultanze probatorie dalle quali si è dedotta tale circostanza.
Considerato in diritto
2. II ricorso è infondato.
2.1. L’antefatto é indiscusso: il F., alla guida di un veicolo, investiva il pedone A.C. mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali; a seguito dell’impatto la donna cadeva al suolo; riusciva a rialzarsi ed aveva un alterco con il F..
Il ricorrente invero asserisce che la Corte distrettuale ha travisato la prova; in realtà manifesta di voler affermare che i giudici hanno malamente valutato i materiali disponibili, asserendo un’omissione di soccorso ed una fuga che il F. non avrebbe commesso. Giova rammentare, al proposito, che con ‘travisamento della prova’, quale vizio deducibile con il ricorso per cassazione, si intende l’errore sul significante e non quello sul significato. Peraltro, si tratta di un vizio che richiede la specifica indicazione della dichiarazione o dei documento erroneamente assunto; e ciò é mancato nel ricorso in esame.
2.2. La Corte di Appello ha ritenuto che il F. non si fosse fermato perché pur arrestatosi si era subito dopo il diverbio allontanato, tanto che i testi presenti non avevano rilevato la targa dei veicolo; ed ha rammentato che ‘Il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini”. Orbene, tale assunto in sostanza non é negato neppure dal ricorrente, il quale lamenta che gli sia stato ascritto di essersi allontanato a tutta velocità, ma non di esser stato affermato che egli non era rimasto sul posto. Va quindi rammentato che il giudizio espresso dalla Corte di Appello è in linea con la giurisprudenza di questa Corte, per la quale risponde del reato previsto dall’art. 189, comma sesto (in relazione al comma primo), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, insufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento (Sez. 4, n. 9128 del 02/02/2012 – dep. 07/03/2012, Boffa, Rv. 252734), nella consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro) (Sez. 4, n. 5510 del 12/12/2012 – dep. 04/02/2013, Meta, Rv. 254667).
Quanto alla consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone, il ricorrente appare confondere la conoscenza dell’esistenza di un danno con la consapevolezza della possibilità di un danno quale effetto del cagionato sinistro. Ora, è del tutto evidente, già in ragione dei solo impatto tra veicolo e pedone, che l’incidente era suscettibile di provocare danni alla persona, che certo non poteva escludere il F. solo perché la C. si era rialzata.
Quanto al reato di omissione di soccorso, secondo l’orientamento prevalente la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente ha bisogno di soccorso può assumere la forma dei dolo eventuale, “che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso l’esistenza (ex multis, Sez. 4, n. 34134 del 13/07/2007 – dep. 06/09/2007, Agostinone, Rv. 237239).
Proprio di dolo eventuale ha fatto menzione la Corte di Appello, evidenziando gli elementi in forza dei quali l’imputato aveva avuto sicura consapevolezza dell’attitudine del sinistro di produrre danni alla C., sì che, allontanandosi senza prestarle soccorso, aveva manifestato l’accettazione dell’eventualità della necessità di un soccorso.
3. In conclusione il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

La tutela (o meglio le tutele) di fronte alle immissioni rumorose, anche di lieve entità.

Oggi parliamo di immissioni rumorose.

rest-413103_1920

Della materia si occupa l’art. 844 del codice civile che ci dice che:
 
Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.
Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso.
Ma cosa si intende per normale tollerabilità? Potremmo definirla come il limite entro il quale l’immissione è ritenuta accettabile. Secondo la Corte di Cassazione, questo limite di tollerabilità delle immissioni, a norma dell’articolo 844 c.c., non ha carattere assoluto, ma relativo, nel senso che deve essere fissato con riguardo al caso concreto, tenendo conto delle condizioni naturali e sociali dei luoghi e delle abitudini della popolazione (sentenza n. 22105 del 29 ottobre 2015).
E ancora, quali sono le tutele previste contro tali immissioni?
Con la sentenza n. 1069 del 18 gennaio 2017 la Corte di cassazione chiarisce che

 “sussistono due livelli di tutela di fronte all’immissione rumorosa, da una parte il regime amministrativo deputato alla P.A. (disciplinato dalla Legge n. 447 del 1995, e dal D.P.C.M. del 1991 con successive modifiche ed integrazioni) e dall’altro vigono i principi civilistici che regolano i rapporti tra privati riconducibili nell’ambito del codice agli articoli 844 e 2043 c.c., dotati di fondamento costituzionale e comunitario”
Ma se questo limite viene superato, ma di poco?
La Suprema Corte ci spiega che se il superamento dei livelli massimi di tollerabilità determinati da leggi e regolamenti integrano senz’altro gli estremi di un illecito, l’eventuale non superamento non può considerarsi senz’altro lecito, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità essere effettuato alla stregua dei principi stabiliti dall’art. 844 cod. civ.
Tale principio, nella sua prima parte, si basa sull’evidente considerazione che, se le emissioni acustiche superano, la soglia di accettabilità prevista dalla normativa speciale a tutela di interessi della collettività, così pregiudicando la quiete pubblica, a maggior ragione le stesse, ove si risolvano in immissioni nell’ambito della proprietà del vicino, ancor più esposto degli altri, in ragione della vicinanza, ai loro effetti dannosi, devono per ciò solo considerarsi intollerabili, ai sensi dell’art. 844 c.c. e, pertanto, illecite anche sotto il profilo civilistico.
In conclusione si potrebbe dire che il superamento dei limiti massimi di rumore stabiliti dalla legge, pur di poco rispetto ai livelli consentiti, integra comunque gli estremi di un illecito.

Licenziamento illegittimo durante il primo anno di vita del bambino

Corte di Cassazione Sez. Lavoro. Sentenza n. 475/2017
 licenziamento-illegittimo-durante-il-primo-anno-di-vita-del-bambino
Alla Suprema Corte si è presentato il caso di una donna che era stata licenziata dopo la nascita della figlia e prima che quest’ultima compisse il suo primo anno di vita.
La Corte, dichiarando illegittimo il licenziamento, ha ribadito che, in questa delicata fase della vita di una madre, soltanto la colpa grave può giustificarne il licenziamento.
La stessa sentenza sottolinea infatti che “il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’inizio del periodo di gestazione sino al compimento di un anno di età del bambino è nullo ed improduttivo di effetti ai sensi dell’art. 2 della legge 1204/71; per la qual cosa il rapporto deve ritenersi giuridicamente pendente ed il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio ed a pagarle tutti i danni derivanti dall’inadempimento in ragione del mancato guadagno (tra le molte, Cass. nn. 18357/04; 24349/10) … la nullità del licenziamento è comminata quindi ai sensi dell’art. 54 del D.lg.vo n. 151/01 e la detta declaratoria è del tutto svincolata dai concetti di giusta causa e giustificato motivo, prevedendo una autonoma fattispecie idonea a legittimare, anche in caso di puerperio, la sanzione espulsiva, quella, cioè, della colpa grave della lavoratrice. Il rapporto, nel caso di specie, va considerato come mai interrotto e la lavoratrice ha diritto alle retribuzioni dal giorno del licenziamento sino alla effettiva riammissione in servizio (tra le molte, Cass. n. 2244/06).”
Il codice, pur menzionando il concetto di colpa grave, non definisce in maniera precisa il suo significato.
La colpa grave deve essere oggetto di un attento ambito di indagine rimesso al giudice: tale valutazione dovrà estendersi ad un’ampia ricostruzione fattuale del caso concreto e alla considerazione del licenziamento nella pluralità dei suoi diversi componenti.
Tale più esteso ambito di indagine è conseguenza necessaria del carattere autonomo e particolare della fattispecie in esame, in quanto la colpa grave, che giustifica la risoluzione del rapporto, è quella della donna che si trova in una fase di oggettivo rilievo personale e psicologico nella sua esistenza.
Tale indagine dovrà essere svolta dal giudice di merito alla stregua di un adeguato rigore valutativo: la situazione da verificare, infatti, oltre a dover essere di gravità tale da giustificare la risoluzione del rapporto di lavoro, si deve porre, nella disciplina di cui all’art. 54 d.lgs. n. 151/2001, come causa di esclusione di un divieto di licenziamento che sottolinea invece la tutela costituzionale della maternità e dell’infanzia.

Il mantenimento della ex moglie casalinga, anche se in grado di lavorare.

Corte di Cassazione Sentenza  n. 789 del 13/01/2017
washing-41825_1280
La Corte di Cassazione, ha esaminato il caso di una casalinga quarantenne che, anche se in grado di lavorare, non ha perso l’assegno di mantenimento.
Nel caso in questione, infatti, la donna mantiene questo diritto per una ragione particolare: nel caso di specie la sua condizione (appunto di casalinga) non le ha permesso di acquisire una concreta e specifica professionalità e, per questo motivo, non ha ricevuto proposte lavorative.
Secondo quanto stabilito dalla Corte, bisogna dunque tener presente la potenziale capacità di guadagno dei coniugi, l’effettiva possibilità di svolgere attività lavorativa e ogni altra circostanza concreata e non limitarsi a valutazione astratte o ipotetiche.
Nel caso trattato è stato anche chiarito che la circostanza di aver creato una nuova famiglia così come la nascita di un figlio dal nuovo compagno/a non determina automaticamente l’esclusione del diritto al mantenimento dell’ex coniuge, poiché anche questo fatto sopravvenuto deve essere valutato al fine di verificare e accertare in concreto la effettiva revoca o la modifica delle condizioni già stabilite in precedenza.
Qui potete leggere la sentenza per esteso (da cassazione.net)

La corte Costituzionale si pronuncia sul cognome materno ai figli.

family-1721674_1280
Come è noto (e ce ne eravamo già occupati qui) la Corte Costituzionale, con sentenza 286/2016 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno.
Tale preclusione, secondo il giudice delle leggi, 
1) pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, 
2) costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
Infatti, la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.
E in questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno.
E ancora, il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, secondo il giudice delle leggi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.
Anzi è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo, poiché l’unità si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità (sentenza n. 133 del 1970).
La perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, secondo la Corte, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.
Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli, continua la Corte, in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica.
Tale pronuncia si inserisce nel vuoto normativo lasciato dal legislatore, dopo anni di dibattiti, di sentenze-monito della stessa Consulta e dopo una condanna dell’Italia in sede europea per violazione della CEDU.
Già nel 2006 (ma anche molto prima in realtà) la Corte Costituzionale si era occupata di questo stesso tema nella sentenza 61, nella quale evidenziava proprio l’incompatibilità dell’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, con i valori costituzionali dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
L’automatica attribuzione veniva definita come il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, che affondava le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente (già allora!) con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Il concetto di consenso nella violenza sessuale: un esempio dalla svizzera e l’analisi della giurisprudenza italiana.

condom-1863436_1280
Recentemente il Tribunale di Losanna ha condannato un uomo di 47 anni a dodici mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena, per violenza sessuale.
In particolare l’uomo, durante un rapporto sessuale consenziente, si era tolto il preservativo nonostante la partner avesse espresso la volontà di avere esclusivamente un rapporto sessuale protetto.
La Corte ha stabilito che la donna avrebbe rifiutato di avere rapporti sessuali se avesse saputo che il preservativo sarebbe stato rimosso nel corso dell’incontro e ha ritenuto che l’imposizione di un rapporto sessuale non protetto, quando invece il consenso era da riferirsi ad uno protetto, integrasse una vera e propria violenza sessuale.
In sostanza i giudici sono arrivati aduna condanna dando risalto a quel consenso originario, prestato a precise condizioni e al venir meno di quelle condizioni.
E’ una sentenza che da più parti, non solo in Svizzera, ma anche dalla stampa internazionale, è considerata storica perché ci porta ad interrogarci circa il ruolo e il concetto stesso di consenso. Ma non solo, il caso in trattazione ci porta ad interrogarci sul concetto di violenza, al di fuori delle “classiche” ipotesi di stupro.
Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, facendo un salto al di qua delle Alpi, possiamo dire che nel nostro ordinamento il concetto di violenza è ampio e può consistere sia nell’uso dell’energia fisica da cui derivi una coazione personale, sia nell’uso di un qualunque altro mezzo capace di coartare la libertà morale della vittima.
Partendo da questo assunto, la condotta integratrice della violenza sessuale è così descritta nell’art. 609 bis c.p.:
“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.
Secondo la norma codicistica, dunque, presupposto necessario della violenza sessuale è che l’atto sessuale sia associato al costringimento del soggetto passivo – in presenza quindi di un contrasto di volontà tra il soggetto attivo e quello passivo il quale è leso nel diritto ad autodeterminarsi liberamente nella propria sfera sessuale – che può aversi tramite violenza fisica sulla persona o sulle cose, minaccia, intesa come violenza morale, e abuso di autorità.
Ma cosa si intende per atti sessuali? La giurisprudenza di legittimità ne ha elaborato, nel tempo, una nozione ampia: “nel concetto di atti sessuali di cui all’art. 609 bis c.p., bisogna far rientrare non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente; pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorché l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 26.03.2007 n° 12425).
Nel tempo, inoltre, la giurisprudenza ha elaborato e interpretato la norma in questione, arrivando ad affermare che per la sussistenza del reato di violenza sessuale “basta qualsiasi atto finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo al fine dell’eccitazione e/o del soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. L’illiceità della condotta deve essere, pertanto, valutata alla stregua del rispetto dovuto alla persona e nella stessa deve essere ravvisabile la costrizione minacciosa o autoritaria o, comunque, l’intimidazione psicologica nei confronti del soggetto passivo e della sua possibilità di scelta (Corte d’Appello Milano, sez. II,sentenza 24.04.2007).
La libertà di autodeterminazione del soggetto passivo incide inevitabilmente sul consenso prestato da quest’ultimo: il consenso al rapporto sessuale deve, infatti, essere pacifico e non deve subire interruzioni, esitazioni o incertezze, in quanto riguarda la sfera soggettiva del soggetto, la cui dignità e libertà di autodeterminazione devono essere tutelate nella loro massima ampiezza.
In concreto, quindi, può accadere che un soggetto che in un primo momento sia d’accordo ad intrattenere rapporti sessuali, successivamente cambi idea e manifesti il proprio dissenso. Ebbene, tale dissenso successivo deve essere rispettato: “Il consenso agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità, con la conseguenza che integra il reato di violenza sessuale la prosecuzione di un rapporto nel caso in cui il consenso originariamente prestato venga poi meno a seguito di un ripensamento o della non condivisione delle forme o modalità di consumazione dell’amplesso” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 29.01.2008 n° 4532).
Sulla scia di queste pronunce, nel 2016 la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che in tema di abuso sessuale determinato da un mutamento dell’originario consenso iniziale, anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto ma proseguito con modalità sgradite dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.
Percorrendo a ritroso il percorso della Cassazione giunto a una simile conclusione, arriviamo al punto di partenza: l’oggetto giuridico tutelato dal Legislatore. Qual è il bene giuridico protetto nell’enucleazione del reato di violenza sessuale, dunque?
Senza dubbio è la libertà sessuale intesa come «libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile». Le relazioni, dunque, «costituiscono uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente».(Cassazione penale, sez. III, sentenza 07/03/2016 n° 9221).

E’ lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone? Indicazioni dalla Suprema Corte.

E' lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone-

Ci occupiamo oggi di un tema di strettissima attualità: ormai con l’utilizzo diffuso di smartphone chiunque possiede degli strumenti per registrare conversazioni o riprendere episodi di vita quotidiana.
Ma si possono riprendere/registrare lecitamente conversazioni, anche telefoniche?
E tali registrazioni possono eventualmente essere utilizzate legittimamente nel processo penale e nel processo civile?
Ci viene in aiuto la Cassazione che con la recentissima sentenza 5241/2017 ha sancito che le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da persona autorizzata ad assistervi – che non commette il reato di cui agli art. 617 e 623 c.p., perché autorizzato,costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico ovvero il colloquio tra presenti o la telefonata.
Il soggetto che registra, inoltre, è pienamente legittimato a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio la rende inconfutabile e oggettiva in quanto esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso.
Inoltre tali tipi di registrazioni/riprese di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori (anche all’insaputa di altri) non necessitano di alcuna autorizzazione, in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico ma sono da considerarsi quale forma particolare di documentazione, non sottoposta ai limiti ed alle formalità delle intercettazioni.
D’altra parte, già in passato la Suprema Corte aveva evidenziato come intercettazioni telefoniche e ambientali (che costituiscono un’ingerenza esterna sulla vita privata svolta per opera di un terzo e che dunque necessitano dell’autorizzazione dell’autorità per poter essere svolte) non siano assimilabili alle intercettazioni di conversazioni tra presenti o al telefono svolte da uno degli interlocutori sia pure occultamente, trattandosi di situazioni del tutto diverse fra loro.

Come spedite la vostra corrispondenza? ATTENZIONE! Il timbro apposto da una posta “privata” non può rendere la DATA CERTA.

come spedite la vostra corrispondenza-ATTENZIONE perché il TIMBRO APPOSTO DA POSTE PRIVATE NON PUÒ RENDERE LA DATA CERTA!

Nell’ormai lontano 1999 i servizi postali sono stati liberalizzati, dunque anche operatori privati, previo rilascio di un’apposita licenza da parte del Ministero dello Sviluppo Economico, possono svolgere attività proprie di fornitori del servizio postale con alcune limitazioni.
Tali operatori non possono occuparsi di notificazioni di atti giudiziari di cui Poste Italiane è affidatario in via esclusiva.
Ma la data apposta sulla corrispondenza affidata ai vari privati può dirsi certa?
Sembrerebbe proprio di NO.
La Cassazione in una recente pronuncia ha precisato, infatti che tutti i fornitori di servizi postali all’attualità possono certamente eseguire “invii postali”, cioè curare la trasmissione della corrispondenza – fatta eccezione per gli atti giudiziari -, ma l’eventuale timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi qui di una attività d’impresa resa da un soggetto privato, il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.
 
CORTE DI CASSAZIONE
SEZIONE 1^ CIVILE
SENTENZA N. 26778 ANNO 2016
Presidente: BERNABAI RENATO
Relatore: BERNABAI RENATO
Data pubblicazione: 22/12/2016
SENTENZA
sul ricorso 14274-2010 proposto da ASSICURAZIONI GENERALI S.P.A. (C.F. 00079760328), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. S. S., elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. S. B.i in Roma, via C.. – ricorrente
– contro FALLIMENTO  T…S.R.L. (C.F. 03577470879), in persona del curatore pro tempore. – intimato – avverso
il decreto del Tribunale di Catania, depositato il giorno 8 aprile 2010 nel procedimento iscritto al n.r.g. 6385/2009.
Sentita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del giorno 6 ottobre 2016 dal Presidente relatore dott. Renato Bernabai;
udito l’avv. Fabrizio De Marzi per la ricorrente;
udito il P.M. in persona del sostituto procuratore generale dott. Alberto Cardino, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Assicurazioni Generali s.p.a. impugna il decreto del Tribunale di Catania depositato il giorno 8 aprile 2009, che respinse la sua opposizione allo stato passivo del fallimento della Trasporti Malatino s.r.1., dal quale era stato escluso un suo credito di circa 100 mila euro, vantato in ragione di una polizza fideiussoria sottoscritta dalla società poi fallita. Secondo il tribunale tutta la documentazione prodotta dall’opponente era priva di data certa anteriore alla dichiarazione di fallimento, non soccorrendo come prova il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata su alcune lettere scambiate tra il terzo garantito e la società assicuratrice.
Il ricorso è affidato ad un unico motivo.
MOTIVI DELLA DECISIONE
 1. Con l’unico motivo la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 2704 c.c. e del d.lgs. 22.7.1999, n. 261, avendo il tribunale erroneamente ritenuto che il timbro apposto dal gestore di un servizio di posta privata non fosse idoneo a conferire data certa alle missive sulle quali risultava apposto.
2. – Il motivo è infondato. Trova applicazione nella vicenda in esame il primo comma dell’art. 2704 c.c., che consente nei confronti dei terzi la prova della data della scrittura privata – che non sia stata autenticata, né registrata, né riprodotta in atti pubblici – dal giorno in cui si sia verificata la morte o la sopravvenuta impossibilità fisica di chi l’ha sottoscritta, ovvero un fatto che stabilisca “in modo egualmente certo” l’anteriorità della formazione del documento. Ora, secondo il risalente orientamento di questa Corte, formatosi quando il servizio postale era espletato in via esclusiva dallo Stato tramite sue aziende (artt. l e 3 d.p.r. 29.3.1973, n. 156-Codice Postale) e le persone addette ai servizi postali erano considerate pubblici ufficiali ovvero incaricati di pubblico servizio, secondo le funzioni loro affidate (art. 12 Codice postale), se la scrittura privata non autenticata forma un unico corpo con il foglio sul quale è stato impresso un timbro postale, la data risultante da quest’ultimo deve ritenersi come data certa della scrittura, perché la timbratura eseguita in un pubblico ufficio deve considerarsi equivalente ad un’attestazione autentica che il documento è stato inviato nel medesimo giorno in cui essa è stata eseguita (Cass. l ottobre 1999, n. 10873; Cass. 23 aprile 2003, n. 6472; Cass. 14 giugno 2007, n. 13912; Cass. 28 maggio 2012, n. 8438).
Com’è noto, peraltro, oggi il d.lgs. 22 luglio 1999, n. 261, emanato in attuazione della direttiva 97/67/CE che ha liberalizzato i servizi postali, da un lato, consente alle imprese private che abbiano ottenuto apposita licenza dall’Amministrazione (art. 5, comma l, d.lgs. cit.), di svolgere l’attività di “fornitore di un servizio postale” e, dall’altro, ha previsto che per esigenze di ordine pubblico siano affidati in via esclusiva al “fornitore del servizio universale”, id est all’organismo che fornisce l’intero servizio postale su tutto il territorio nazionale – oggi Poste Italiane s.p.a. – soltanto i servizi inerenti le notificazioni o le comunicazioni di atti a mezzo posta, connesse con la notificazione di atti giudiziari di cui alla legge 20 novembre 1982, n. 890, e successive modificazioni (art. 4, lett. a), d.lgs. cit.).
Ne consegue che tutti i fornitori di servizi postali all’attualità possono certamente eseguire “invii postali”, cioè curare la trasmissione della corrispondenza – fatta eccezione per gli atti giudiziari -, ma l’eventuale timbro datario apposto sul plico consegnato dal mittente non può valere a rendere certa la data di ricezione, trattandosi qui di una attività d’impresa resa da un soggetto privato, il cui personale dipendente non risulta munito di poteri pubblicistici di certificazione della data di ricezione della corrispondenza trattata.
Nella vicenda all’esame di questa Corte, allora, correttamente il Tribunale etneo ha ritenuto che il timbro datario apposto su talune lettere da una società privata, che aveva curato l’inoltro della corrispondenza fra l’odierno ricorrente e un terzo, fosse inidoneo a dimostrare, ai sensi del primo comma dell’art. 2704 c.c., la certezza della data di formazioni di tali atti nei confronti del curatore fallimentare, non trattandosi di un fatto equipollente a quelli richiamati in via esemplificativa dalla cennata norma, cioè di una circostanza oggettiva, esterna alle parti, idonea a stabilire “in modo egualmente certo” quando fosse stato formato il documento.
3.- Nulla sulle spese.
P.Q.M.
La Corte respinge il ricorso. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 6 ottobre 2016.
Fonte: qui.