Il delitto di rapina e il rapporto con l’attenuante del danno di speciale tenuità.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 18 settembre 2017, n. 42536

L’attenuante del danno di speciale tenuità è sempre applicabile al delitto di rapina se il bene mobile sottratto è di modestissimo valore?

La suprema corte ci dice di no, perché ai fini della configurabilità dell’attenuante del danno di speciale tenuità con riferimento al delitto di rapina, non è sufficiente che il bene mobile sottratto sia di modestissimo valore economico, ma occorre valutare anche gli effetti dannosi connessi alla lesione della persona contro la quale è stata esercitata la violenza o la minaccia.  Il delitto di rapina, infatti, ha natura plurioffensiva e lede, dunque, non solo il patrimonio, ma anche la libertà e l’integrità fisica e morale della persona aggredita per la realizzazione del profitto. Ne consegue che, solo ove la valutazione complessiva del pregiudizio sia di speciale tenuità può farsi luogo all’applicazione dell’attenuante, sulla base di un apprezzamento riservato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità, se immune da vizi logico-giuridici.

Qui per il testo della sentenza

Compravendita di immobili in condominio.

Vi è mai capitato di voler acquistare/vendere un immobile? Se detto immobile è in un condominio, prima dell’acquisto o della vendita, onde evitare spiacevoli conseguenze, occorre prestare attenzione, tra le altre cose, alle delibere assembleari: infatti nel caso di vendita di una casa sita in condominio, nel quale siano stati deliberati lavori di straordinaria manutenzione, ristrutturazione o innovazioni sulle parti comuni, qualora il compratore e il venditore non si siano diversamente accordati in ordine alla ripartizione delle spese, i relativi costi devono essere posti a carico si colui che era proprietario dell’immobile al momento della delibera assembleare che abbia disposto l’esecuzione dei detti interventi.

La delibera giuridicamente rilevante al fine di individuare il soggetto tenuto a sopportare gli oneri di un intervento straordinario, tuttavia, è solo quella con la quale tali interventi siano effettivamente approvati in via definitiva, con la previsione della commissione del relativo appalto e la individuazione dell’inerente piano di riparto dei corrispondenti oneri, non assumendo rilievo l’adozione di una precedente delibera assembleare meramente preparatoria o interlocutoria, che non sia propriamente impegnativa per il condominio e che non assuma, perciò, carattere vincolante e definitivo per l’approvazione dei predetti interventi.

Tale delibera ha valore costitutivo della relativa obbligazione, sicché ove le spese in questione siano state deliberate antecedentemente alla stipulazione del contratto di vendita, ne risponde il venditore, a nulla rilevando che le opere siano state, in tutto o in parte, seguite successivamente, e l’acquirente ha diritto di rivalersi, nei confronti del medesimo, di quanto pagato al condominio per tali spese, in forza del principio di solidarietà passiva di cui all’art. 63 disp. att. c.c. (nella specie la delibera in tal senso rilevante è stata adottata successivamente alla stipula del contratto di compravendita).

Tribunale Milano, sez. lav., 12/01/2016, n. 27

Scuola, autolesione del minore e responsabilità dell’insegnante.

Vi segnaliamo un provvedimento interessante in tema di #SCUOLA#AUTOLESIONE DEL #MINORE E RESPONSABILITA’ DELL’INSEGNANTE.

CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – 3 – ORDINANZA 22 maggio 2017, n.12842.

In tema di #responsabilitàcivile dei #maestri e dei #precettori, per superare la presunzione di #responsabilità a loro carico di cui all’art. 2048 cod. civ., è necessaria la dimostrazione di aver esercitato la #vigilanza sugli #alunni nella misura dovuta e del carattere imprevedibile e repentino dell’azione dannosa.
Il caso riguarda un bambino che si era accucciato accanto ad un palo della luce posto ai margini del cortile della scuola, e che alzandosi repentinamente e girandosi di scatto, ha urtando la fronte. La collocazione e la conformazione del palo sono stati considerati del tutto normali in rapporto all’utilizzazione del cortile, il palo era pienamente visibile e non era stato dedotto alcun difetto di vigilanza da parte dell’ #insegnante, sicché il comportamento del tutto #imprevedibile del #bambino integra gli estremi del #casofortuito.

CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – 3 – ORDINANZA 22 maggio 2017, n.12842 – Pres. Amendola – est. Cirillo

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ.; con il secondo, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 del codice civile.

Osserva il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere sussistente, nella specie, il caso fortuito e non avrebbe fatto corretta applicazione dei principi giurisprudenziali secondo cui l’Istituto scolastico ed il Ministero avrebbero potuto liberarsi della loro responsabilità solo dimostrando di aver adottato tutte le cautele necessarie ad evitare il fatto dannoso; nella specie, la pericolosità del palo era stata riconosciuta per iscritto anche dal Dirigente scolastico.

I due motivi, da trattare congiuntamente siccome tra loro strettamente connessi, non sono fondati.

La Corte d’appello, con un accertamento di fatto non sindacabile in questa sede, ha ricostruito le modalità dell’incidente ed ha affermato che il piccolo N. si era ‘accucciato accanto ad un palo della luce posto ai margini del cortile, alzandosi repentinamente e girandosi di scatto’, e in tal modo urtando la fronte. La sentenza ha poi accertato che la collocazione e la conformazione del palo dovevano considerarsi del tutto normali in rapporto all’utilizzazione del cortile, che il palo era pienamente visibile e che non era stato dedotto alcun difetto di vigilanza da parte dell’insegnante, sicché il comportamento del tutto imprevedibile del bambino integrava gli estremi del caso fortuito.

L’accertamento di merito, quindi, ha consentito di escludere un difetto di vigilanza da parte dell’insegnante e di riconoscere l’assoluta repentinità ed imprevedibilità del comportamento del bambino, verificatosi in un contesto privo di pericolosità.

Si tratta, come ben si vede, di una ricostruzione che ha tenuto conto dei principi della giurisprudenza di questa Corte e ne ha fatto corretta applicazione. In particolare, proprio la sentenza 13 novembre 2015, n. 23202, citata in ricorso, ha ribadito che in tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità a loro carico di cui all’art. 2048 cod. civ., è necessaria la dimostrazione di aver esercitato la vigilanza sugli alunni nella misura dovuta e del carattere imprevedibile e repentino dell’azione dannosa; il che è quanto la Corte di merito ha verificato nel caso concreto.

I due motivi di ricorso, in realtà, dietro la formulazione delle censure di violazione di legge, si risolvono nell’evidente tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame del merito; tanto più che la Corte d’appello ha anche considerato e valutato la lettera redatta sull’accaduto dalla Dirigente scolastica. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore di ciascuno dei controricorrenti, liquidate ai sensi del d.m. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate per ciascuno dei controricorrenti in complessivi Euro 2.300, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Fonte: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp…

Vaccini e nesso di causalità.

Buon mercoledì! Vi chiediamo uno sforzo di concentrazione perché quest’oggi vi segnaliamo una pronuncia interessantissima in tema di #vaccini e di #nessodicausalità. In questi ultimi tempi, da più parti, arrivano voci allarmanti sulla presunta pericolosità dei vaccini e del loro contenuto in #metalli pesanti. Ebbene in questa sentenza si spiega come in assenza di una legge di copertura che abbia fondamento scientifico (ovvero: non esistono a tutt’oggi spiegazioni mediche comunemente accettate circa le genesi dei tumori del sistema linfatico), occorre fare riferimento al criterio del <<più probabile che non>> sia sotto il profilo strettamente scientifico, sia sotto quello statistico. Fatta questa premessa, e tenuto conto che in corso di causa, gli stessi consulenti tecnici (d’ufficio e di parte) concludono per l’impossibilità in base alle leggi scientifiche universali di ricondurre l’evento malattia-morte alla presenza di eccipienti nei vaccini, La Corte d’appello di #Bologna ha #RIGETTATO la richiesta di risarcimento del danno intentata dagli eredi di un soldato deceduto a causa di un #tumore del sistema linfatico insorto (secondo gli attori) a seguito della somministrazione di alcune dosi vaccinali (in totale 801,5 mg di vaccini,4 compreso quello per l’antitetanica). La corte rileva che se anche l’intero prodotto fosse stato composto da soli metalli pesanti, o altre sostanze cancerogene come la formaldeide, il soldato avrebbe assunto un quantitativo di sostanze nocive assolutamente inferiore a quelle che statisticamente vengono assunte mediante il consumo di cibo e di medicinali di uso comune o di sostante di altro genere (ad esempio il fumo di sigaretta e il defunto fumava) o le polveri sottili presenti nell’ambiente). Secondo la Corte è dunque STATISTICAMENTE PROVATO che gli additivi contenuti nei vaccini non fossero in quantità superiore rispetto a quelli assimilati in altro modo (assunzione di cibo o fumo di sigaretta) e dunque è più probabile che la reazione anomala del sistema immunitario sia derivato dalla maggior quantità di sostanze nocive assunte altrove, ossia in sede diversa rispetto a quella della vaccinazione militare.
 
Qui potete leggere il testo della sentenza per intero.

Utilizzare il parcheggio riservato a disabili? Non è solo incivile, è anche reato!

Costituisce violenza privata la condotta di chi impedisce all’avente diritto di parcheggiare la propria autovettura, occupando o impedendo l’accesso agli spazi a lui riservati; ciò rappresenta una modalità di coartazione dell’altrui volontà peraltro realizzata con la piena consapevolezza dell’illiceità della propria condotta. La pena quindi non potrà essere una semplice sanzione amministrativa per aver violato le norme del codice della strada, ma una condanna in sede penale che prevede la reclusione fino a 4 anni (ex art. 610 c.p.)

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 24 febbraio – 7 aprile 2017, n. 17794

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente –

Dott. MAZZITELLI Caterina – Consigliere –

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.M. nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 26/09/2016 della CORTE APPELLO di PALERMO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere Dott. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

Udito il Procuratore Generale persona della Dott.ssa FILIPPI PAOLA, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio perchè il fatto non sussiste.

Svolgimento del processo

1 Con sentenza del 26 settembre 2016, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza del locale Tribunale che aveva ritenuto M.M. colpevole del delitto di cui all’art. 610 c.p. , per avere, il (OMISSIS), parcheggiato la propria autovettura in uno spazio riservato a S.G., affetta da gravi patologie, così impedendole di utilizzarlo fino alla rimozione della sua autovettura.

Il compendio probatorio si fonda sulle dichiarazioni della S. che aveva riferito di non avere potuto parcheggiare la propria autovettura nello spazio appositamente riservatole dal Comune di Palermo fin dal 2005 perchè occupata da un’altra vettura e ciò dalle 10.40 alle 2.20 del giorno successivo quando la Polizia municipale, più volte allertata, provvedeva alla rimozione del mezzo.

L’auto era di proprietà dell’imputato che aveva però affermato che l’aveva affidata in uso al figlio, F.P., ed alla nuora, S.A.

Erano però risultate false le affermazioni della S. di essere stata lei a parcheggiare il mezzo posto che aveva riferito di averla parcheggiata alle 3.00 di notte mentre la S. aveva liberato il posto solo alle successive 8.00 del mattino.

Era quindi fallito il tentativo d’alibi.

La condotta consumata concretava il delitto contestato avendo impedito alla persona offesa di usufruire del parcheggio riservatole.

2 – Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.

2 – 1 – Con il primo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 610 c.p. , ed il difetto di motivazione in ordine alla sussistenza della materialità dell’addebito, posto che il parcheggiare l’autovettura in uno spazio riservato non equivale ad impedire intenzionalmente la marcia ad una vettura (che è il caso in cui la Suprema Corte aveva ritenuto concretarsi il delitto di violenza privata). La S. poi ben avrebbe potuto parcheggiare l’auto in altro spazio.

Non vi era prova che l’imputato avesse rifiutato di rimuovere l’autovettura, solo così potendo consumare il delitto ascrittogli.

2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge, ed in particolare degli artt. 192, 530 e 533 codice di rito, il difetto di motivazione ed il travisamento della prova laddove la Corte non aveva adeguatamente argomentato il fatto che l’autovettura fosse stata lì parcheggiata proprio dal ricorrente.

Non era sufficiente che egli ne fosse l’intestatario ed il fallimento dell’alibi non poteva essere utilizzato come elemento a carico.

2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 603 c.p.p. , comma 2, ed il difetto di motivazione in riferimento al rifiuto di acquisizione del decreto di archiviazione che aveva chiuso il procedimento per falsa testimonianza a carico dei testi che si era ipotizzato avere falsamente riferito le circostanze che conducevano alla alternativa responsabilità della S.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e va rigettato.

1 – I giudici del merito hanno accertato che il veicolo di proprietà dell’imputato è rimasto parcheggiato nel posto riservato alla persona offesa, disabile, da prima delle 10.40 del (OMISSIS) alle 2.20 del giorno successivo, il (OMISSIS).

Ciò aveva impedito a S.A. di parcheggiare la propria autovettura nello spazio vicino a casa, assegnatole a causa della sua disabilità.

La difesa, nel primo motivo di ricorso, eccepisce l’insussistenza degli elementi oggettivi del delitto contestato posto che i precedenti giurisprudenziali sono nel senso che costituisce violenza privata la condotta di chi impedisca la marcia di un’altra autovettura la quale quindi è immediatamente identificabile da chi ne ostacola la marcia, una condotta diversa da quella contestata al ricorrente.

Deve invece sottolinearsi come anche il ricorrente abbia impedito, ponendo la propria autovettura negli spazi riservati, all’avente diritto di parcheggiare la propria autovettura. Con la piena consapevolezza di quanto andava facendo non avendo affatto affermato di non avere notato la segnaletica orizzontale e verticale che segnalava lo spazio come riservato ad un singolo utente, disabile.

Certo, se lo spazio fosse stato genericamente dedicato al posteggio dei disabili la condotta del ricorrente avrebbe integrato la sola violazione dell’art. 158 C.d.S., comma 2, che punisce, appunto, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide. Ma, in questo caso, quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute (come non si contesta essere avvenuto nel presente caso specifico), alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo.

Sussiste pertanto l’elemento oggettivo del delitto contestato.

2 – Ne sussiste anche l’elemento soggettivo, contestato dalla difesa sempre nel primo motivo di ricorso, in considerazione del fatto che l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà ma aveva parcheggiato l’autovettura la mattina, prima delle 10.40, lasciandovela fino alla notte e quindi impedendo al disabile, a cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare il veicolo anche al suo ritorno serale nella propria abitazione. Tanto che, solo alle 2.00, l’autovettura veniva rimossa ma coattivamente dalla polizia locale.

2 – Il secondo motivo è inammissibile perché versato in fatto e, invece, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

Il motivo proposto tende, appunto, ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo convincimento.

La Corte palermitana aveva dato conto dell’ipotesi alternativa offerta dalla difesa, che l’autovettura fosse stata parcheggiata dalla nuora, e ne aveva dedotto la falsità dal fatto che costei aveva riferito di avere parcheggiato il veicolo in un momento in cui ciò non sarebbe stato possibile posto che lo spazio era occupato dall’avente diritto.

3 – E’ inammissibile anche il terzo motivo di ricorso visto che non vi è una conseguenzialità inevitabile fra l’esito del presente procedimento e quello del processo relativo alle false testimonianze costituenti la prova d’alibi anche in considerazione della congrua motivazione offerta dalla Corte territoriale sul punto.

4 – Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del grado.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2017

Evitare la decurtazione dei punti della patente mentendo sull’identità del conducente? E’ falso ideologico!

Oggi – sempre a mezzo di una recentissima sentenza (Cass. 12779 del 16.3.2017) – vi offriamo uno spunto di riflessione interessante sulle norme della circolazione stradale e sulle eventuali sanzioni che accompagnano la violazione di queste norme.

Il fatto, nello specifico, riguarda una donna multata per per essere stata sorpresa a parlare al telefono cellulare mentre era alla guida dell’auto. La stessa aveva poi successivamente dichiarato all’organo accertatore che alla guida del veicolo vi era in realtà il padre, affermazione ritenuta dai giudici di merito falsa in base a quanto riferito dal verbalizzante della contravvenzione, per il quale la persona che si trovava alla guida dell’autovettura con il telefono cellulare in mano era una donna.

I caratteri della situazione esaminata, secondo la suprema Corte, nella quale la dichiarazione sull’identità del conducente produce l’effetto di individuare il soggetto destinatario della sanzione amministrativa concludendo correttamente il relativo procedimento, rientrano nel delitto di cui all’art. 483 c.p. (falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico), che, secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, sussiste quando la dichiarazione del privato sia trasfusa in un atto pubblico destinato a provare la verità dei fatti attestati, il che avviene quando la legge obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti al documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente.

Ergo, se vi capitasse una situazione simile, non dichiarate falsamente che alla guida del veicolo con cui avete commesso un’infrazione stradale c’era, in realtà, un’altra persona, considerato che per evitare dalla decurtazione dei punti della patente si rischia una condanna penale per falso ideologico! 

Qui potete lettere il testo della sentenza

 

La multa da autovelox è legittima solo se l’apparecchio è posizionato a meno di 4 Km dal cartello che ne segnala l’esistenza.

La sentenza della Cassazione civile, sez. II, del 28 marzo 2017 n. 7949/2017 ricorda che la multa da autovelox è legittima solo se l’apparecchio è posizionato a meno di 4 chilometri dal cartello che ne segnala l’esistenza. La pronuncia della Suprema Corte evidenzia che  “i segnali stradali e i dispositivi di segnalazione luminosi devono essere installati con adeguato anticipo rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, in relazione alla velocità locale predominante“.

I giudici spiegano che tale distanza deve essere valutata caso per caso, a seconda dello stato dei luoghi, ma che tra l’autovelox e il segnale che lo individua non deve esserci una distanza superiore a 4 km.

Non viene invece predefinita una distanza minima tra autovelox e segnalazione di quest’ultimo: secondo il ricorrente, la segnalazione posta a una distanza di 1.250 metri dal luogo del rilevamento era un preavviso inadeguato per gli utenti della strada. Ma questa distanza è invece stata considerata “congrua” dal Tribunale.

La Cassazione ha inoltre fornito ulteriori precisazioni, ossia  che il cartello relativo all’autovelox può non essere ripetuto dopo gli incroci per gli automobilisti che proseguono lungo la stessa strada e che non è necessario che il verbale per essere valido, contenga informazioni relative alla presenza della segnalazione dell’autovelox.

Qui di seguito il testo della sentenza:

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

TERZA SEZIONE CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: […] ha pronunciato  la seguente

SENTENZA

Fatti di causa

L’avvocato L.H. propone ricorso per cassazione, articolato in due motivi, avverso la sentenza n. 572/2013 del TRIBUNALE di BOLZANO, depositata il 01/07/2013, che aveva rigettato l’appello proposto dallo stesso L.H. contro la sentenza n. 816/2010 del Giudice di pace di Bolzano. Il giudizio concerne opposizione a sanzione amministrativa ex art. 142, comma 8, c.d.s. proposta con ricorso del 14 maggio 2010. Nel disattendere le ragioni dell’opposizione e confermare la decisione di primo grado, il Tribunale di Bolzano affermava che il verbale di contravvenzione indicasse con precisione data, ora e luogo della contestata violazione (“(omissis) “), superando le critiche dell’appellante circa la dicitura “…”, operata non in ettometri, come previsto dall’art. 129, comma 2, del Regolamento c.d.s. Il Tribunale attribuiva quindi valenza a quanto affermato nel verbale, secondo cui il rilevamento della velocità era segnalato 1250 metri prima, conformemente al disposto dell’art. 142 c.d.s.. Sul terzo motivo d’appello, l’impugnata sentenza osservava che il Comune di <…> avesse dimostrato che l’apparecchiatura di misurazione mobile della velocità (autovelox 104/c) fosse regolarmente abilitata all’uso. Il Comune di <…> si difende con controricorso. Le parti hanno presentato memorie ex art. 378 c.p.c..

Ragioni della decisione

Il primo motivo di ricorso di L.H. deduce violazione degli artt. 200 e 201 c.d.s., nonché dell’art. 383, comma 1, del Regolamento c.d.s., ed insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, quanto alla mancata indicazione nel verbale della località ove sarebbe avvenuta l’infrazione. Si assume che il punto di rilevazione “(omissis) ” non è rilevabile in base a segnali di distanza metrici lapidei e non corrisponde ad un luogo accertabile dagli utenti della strada.

Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione dell’art. 142, comma 6 bis c.d.s., nonché insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, quanto alla postazione del preavviso del posto di controllo per il rilevamento della velocità. Ad avviso del ricorrente, una segnalazione ad una distanza di 1250 metri dal luogo di rilevamento è preavviso inadatto per gli utenti della strada.

I due motivi di ricorso vanno esaminati congiuntamente e si rivelano entrambi in parte inammissibili e comunque infondati. Sono inammissibili le deduzioni di insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione articolate nelle due censure, in quanto, nel vigore del nuovo testo dell’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., introdotto dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modifiche nella legge 7 agosto 2012, n. 134, non è più configurabile il vizio di contraddittoria o insufficiente motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, né l’omesso esame di elementi istruttori integra, di per sé, il vizio di omesso esame di fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass. Sez. U., 07/04/2014, n. 8053).

Il Tribunale di Bolzano ha poi correttamente spiegato che nel giudizio di opposizione a processo verbale di contestazione della violazione del codice della strada, il verbale di accertamento della contestata violazione fa fede fino a querela di falso quanto ai fatti attestati dal pubblico ufficiale, che lo ha redatto, come da lui compiuti o avvenuti in sua presenza, senza alcun margine di apprezzamento discrezionale, nonché, limitatamente alla provenienza del documento dal pubblico ufficiale stesso e alle dichiarazioni delle parti. Nella specie, pertanto, trattandosi di infrazione dei limiti di velocità accertati a mezzo autovelox, il verbale prova, sino a querela di falso, che l’autovelox sia stato adoperato nel luogo e tempo indicato, ed abbia fornito all’agente accertatore i dati in esso riportati.

È poi conforme all’orientamento di questa Corte la decisione espressa dal Tribunale nel senso che il verbale di contestazione di infrazione al codice della strada deve contenere gli estremi dettagliati e precisi della violazione, a norma dell’art. 201 c.d.s., come ribadito dall’art. 383, comma 1, del relativo regolamento di esecuzione con riguardo al “giorno, ora e località”, prescrizioni dirette entrambe a garantire l’esercizio del contraddittorio da parte del presunto contravventore, ed a fronte delle quali, ove sia stata (come nella specie) indicata nel verbale la strada e l’altezza della stessa (“(omissis) “), è priva di fondamento la doglianza relativa alla mancanza in loco di segnali di progressiva distanziometrica (arg da. Cass. Sez. 1, 29/04/2005, n. 8939; Cass. Sez. 2, 16/05/2016, n. 9974).

Peraltro, la valutazione di fatto in ordine alla sufficiente precisione degli estremi di tempo e di luogo della violazione indicati nel verbale di contestazione è rimessa al giudice del merito e non può essere riformulata in sede di legittimità.

Quanto al secondo motivo, è corretto che la validità delle sanzioni amministrative irrogate per eccesso di velocità, accertato mediante “autovelox”, è subordinata alla circostanza che la presenza della postazione fissa di rilevazione della velocità sia stata preventivamente segnalata. La circostanza che nel verbale di contestazione di una violazione dei limiti di velocità accertata mediante “autovelox” non sia indicato se la presenza dell’apparecchio fosse stata preventivamente segnalata mediante apposito cartello non rende, peraltro, nullo il verbale stesso, sempre che di detta segnaletica sia stata accertata o ammessa l’esistenza. Nella specie, il Comune di […], secondo quanto accertato dal giudice di merito, ha dimostrato che la segnalazione si trovava 1.250 metri prima del punto di rilevamento. Questa distanza è stata ritenuta dal Tribunale di Bolzano congrua perché la preventiva segnalazione potesse utilmente spiegare i suoi effetti di avvertimento, ed è preclusa alla Corte di legittimità una rivalutazione di tale apprezzamento di fatto (cfr. Cass. Sez. 6 – 2, 13/01/2011, n. 680).

Come considerato da questa Corte (Cass. Sez. 2, 12/05/2016, n. 9770, in motivazione; Cass. Sez. 6 – 2, 15/11/2013, n. 25769), ai sensi dell’art. 2, d.m. 15 agosto 2007 i segnali stradali e i dispositivi di segnalazione luminosi devono essere installati “con adeguato anticipo” rispetto al luogo ove viene effettuato il rilevamento della velocità, e in modo da garantirne il tempestivo avvistamento, in relazione alla velocità locale predominante. La distanza tra i segnali o i dispositivi e la postazione di rilevamento della velocità deve essere valutata in relazione allo stato dei luoghi; in particolare, è necessario che non vi sia tra il segnale e il luogo di effettivo rilevamento una distanza superiore a quattro km, mentre non è stabilita una distanza minima, né assume rilevo la mancata ripetizione della segnalazione di divieto dopo ciascuna intersezione per gli automobilisti che proseguano lungo la medesima strada.

Conseguono il rigetto del ricorso e la regolazione secondo soccombenza delle spese del giudizio di cassazione in favore del controricorrente, liquidate in dispositivo.

Sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi dell’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, che ha aggiunto il comma 1-quater all’art. 13 del testo unico di cui al d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 – dell’obbligo di versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione integralmente rigettata.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare al controricorrente le spese sostenute nel giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 600,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.

Mancata prescrizione dell’amniocentesi, responsabilità medica.

Corte di Cassazione Sezione III CivileSentenza 10/01/2017 n° 243

Nel caso di nascita di un bambino con la sindrome di Down, il medico è sempre considerato responsabile per l’omessa prescrizione dell’amniocentesi, anche se in un secondo momento, a seguito di ulteriori controlli, è poi la gestante a rifiutare di effettuare tale esame: quest’ultima, infatti, perde la chance di conoscere lo stato di gravidanza al momento iniziale in cui doveva essere prescritta l’amniocentesi e non quando la gravidanza è in stato avanzato e sopravviene il rifiuto della gestante stessa.

E’ questo il contenuto riassuntivo della sentenza n. 243 della Corte di Cassazione, III sezione civile, del 10 gennaio 2017, su un delicatissimo caso di responsabilità medica.

Per chi fosse interessato, qui i motivi per esteso della suddetta decisione:

http://www.webgiuridico.it/sentenze2017/243-2017.htm

Furto in abitazione e la nozione di privata dimora.

Rientra nella nozione di privata dimora, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 624bis cod. pen., il luogo dove si esercita un’attività commerciale o imprenditoriale (nella specie, ristorante)?
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Secondo la Suprema Corte NO «salvo che il fatto non sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa. Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’art. 624-bis cod. pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare».

Fonte: http://www.penalecontemporaneo.it/upload/Cass.%20201700652.pdf

Fonte: http://www.penalecontemporaneo.it/d/5309-furto-in-abitazione-le-sezioni-unite-sulla-nozione-di-privata-dimora-ex-art-624-bis-cp

“Il mio scopo nella vita è farti piangere”.

Corte di Cassazione – Quinta Sezione Penale, Sentenza 16 marzo 2017, n. 12756.

Segnaliamo questa sentenza della Corte di Cassazione che tocca tre punti fondamentali.

Il casus decisus: il Tribunale di Genova, confermando la decisione di primo grado, aveva condannato un soggetto alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni della parte civile, ritenendolo responsabile del reato di minaccia previsto dall’art. 612 c.p. Contro tale decisione l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione.

Il primo punto statuito è che le dichiarazioni della persona offesa “possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone […] In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della rilevanza probatoria delle prime

Il secondo punto riguarda invece l’efficacia intimidatoria della frase “il mio scopo nella vita è farti piangere” pronunciata dall’imputato nei confronti dell’ex compagna. La corte ha stabilito che essa ha un’effettiva efficacia intimidatoria e integra il reato ex art 612 c.p. (minacce) indipendentemente dal fatto che dalle parole poi non seguano i fatti. La Cassazione, infatti ha rilevato che “elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente“.

Ultimo punto importantissimo riguarda la particolare tenuità del fatto che può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone. Ma, nel caso di specie non solo la vittima si è costituita parte civile, ma ha anche formulato richieste risarcitorie, dunque appare chiara, secondo la Suprema Corte, la volontà di opposizione.

Fonte: http://neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14361