maltrattamenti in famiglia

#dirittoinpillole MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 24 febbraio 2017, n.9154

Il compimento di più atti di natura vessatoria idonei a determinare sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, integra il delitto di maltrattamenti, senza che sia necessario che essi vengano posti in essere per un tempo prolungato, essendo sufficiente la loro ripetizione, anche se per un limitato periodo di tempo.
[…]
L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche dove fosse sostenuto da animus corrigendi, integra il delitto di maltrattamenti.

Il mantenimento della ex moglie casalinga, anche se in grado di lavorare.

Corte di Cassazione Sentenza  n. 789 del 13/01/2017
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La Corte di Cassazione, ha esaminato il caso di una casalinga quarantenne che, anche se in grado di lavorare, non ha perso l’assegno di mantenimento.
Nel caso in questione, infatti, la donna mantiene questo diritto per una ragione particolare: nel caso di specie la sua condizione (appunto di casalinga) non le ha permesso di acquisire una concreta e specifica professionalità e, per questo motivo, non ha ricevuto proposte lavorative.
Secondo quanto stabilito dalla Corte, bisogna dunque tener presente la potenziale capacità di guadagno dei coniugi, l’effettiva possibilità di svolgere attività lavorativa e ogni altra circostanza concreata e non limitarsi a valutazione astratte o ipotetiche.
Nel caso trattato è stato anche chiarito che la circostanza di aver creato una nuova famiglia così come la nascita di un figlio dal nuovo compagno/a non determina automaticamente l’esclusione del diritto al mantenimento dell’ex coniuge, poiché anche questo fatto sopravvenuto deve essere valutato al fine di verificare e accertare in concreto la effettiva revoca o la modifica delle condizioni già stabilite in precedenza.
Qui potete leggere la sentenza per esteso (da cassazione.net)

La corte Costituzionale si pronuncia sul cognome materno ai figli.

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Come è noto (e ce ne eravamo già occupati qui) la Corte Costituzionale, con sentenza 286/2016 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno.
Tale preclusione, secondo il giudice delle leggi, 
1) pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, 
2) costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
Infatti, la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.
E in questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno.
E ancora, il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, secondo il giudice delle leggi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.
Anzi è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo, poiché l’unità si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità (sentenza n. 133 del 1970).
La perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, secondo la Corte, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.
Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli, continua la Corte, in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica.
Tale pronuncia si inserisce nel vuoto normativo lasciato dal legislatore, dopo anni di dibattiti, di sentenze-monito della stessa Consulta e dopo una condanna dell’Italia in sede europea per violazione della CEDU.
Già nel 2006 (ma anche molto prima in realtà) la Corte Costituzionale si era occupata di questo stesso tema nella sentenza 61, nella quale evidenziava proprio l’incompatibilità dell’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, con i valori costituzionali dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
L’automatica attribuzione veniva definita come il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, che affondava le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente (già allora!) con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.

Coppie di fatto: quando scatta il diritto del partner agli alimenti?

COPPIE DI FATTO- QUANDO SCATTA IL DIRITTO AGLI ALIMENTI DEL PARTNER-

Tribunale di Milano: sentenza storica quella del 23 gennaio 2017, per la prima volta un giudice afferma in una sentenza che, se una coppia di fatto si scioglie, scatta il diritto agli alimenti.
Chi sono i conviventi di fatto? Ne abbiamo già parlato tante volte e ricordiamo che si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. Per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza.
Salvo che la coppia, quindi, abbia firmato uno di questi contratti nel quale sia stato previsto il versamento di un assegno a favore del più debole economicamente, terminata la convivenza, nessuno dei partner può rivendicare il diritto al mantenimento nei confronti dell’altro.
La legge 76 del 2016 (cd. legge Cirinnà), a decorrere dalla sua entrata in vigore ovvero dal 5 giugno 2016, ha introdotto nel nostro ordinamento solo il diritto agli alimenti in favore del convivente, una somma ridotta rispetto ad un assegno di mantenimento, consistente nello stretto indispensabile per vivere.
La pretesa alimentare del convivente more uxorio è possibile, però, solo a due condizioni:
  • solo per quelle convivenze che siano cessate a partire dal 5 giugno 2016;
  • solo se uno dei due partner si trova in difficoltà economica tale da non poter provvedere al proprio mantenimento.
Se due conviventi si lasciano, quindi, chi dei due dovesse trovarsi in difficoltà economiche può chiedere gli alimenti all’altro.
Tale pronuncia affronta per la prima volta in assoluto questo profilo della legge Cirinnà.
Il giudice dottor Giuseppe Buffone della nona sezione civile del Tribunale di Milano si è pronunciato sul ricorso di una convivente, che chiedeva un assegno mensile all’ex compagno.
Il giudice ha affermato che «una pretesa alimentare del convivente “more uxorio” è possibile solo per quelle convivenze che siano cessate a partire dal 5 giugno 2016», in quanto «la legge 76 ha introdotto nell’ordinamento il diritto agli alimenti in favore del convivente ».
Questo provvedimento è molto importante perché chiarisce dei punti di diritto che riguardano tantissime coppie in Italia. Il nostro ordinamento, infatti, per la convivenza di fatto fa riferimento a tutte quelle situazioni in cui sia dimostrabile che due persone convivono, indipendentemente dall’eventuale iscrizione ad appositi registri.
Quindi, secondo questa pronuncia, l’obbligo a corrispondere gli alimenti non riguarderebbe solo le coppie che hanno sottoscritto i cd. “contratti di convivenza”, sempre previsti dalla legge Cirinnà, ma tutte quelle coppie, legate affettivamente, che abbiano deciso di vivere nella stessa casa.
La legge 76/2016, e di conseguenza la sentenza che la richiama, prevede che l’assegno sia commisurato, nell’importo e nel periodo di corresponsione, alla durata della relazione fra i due conviventi (ovvero la durata della convivenza), in base alle possibilità economiche del soggetto obbligato e che sia dovuto solo a chi non ha reddito.
La legge in questo senso è chiara: l’aiuto della persona in stato di necessità spetta anzitutto ai suoi genitori, solo in subordine all’ex convivente e solo successivamente ai fratelli:
Art. 1, co. 65, della legge 76/201665 
«In caso di cessazione della convivenza di fatto, il giudice stabilisce il diritto del convivente di ricevere dall’altro convivente e gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. In tali casi, gli alimenti sono assegnati per un periodo proporzionale alla durata della convivenza e nella misura determinata ai sensi dell’articolo 438, secondo comma, del codice civile. Ai fini della determinazione dell’ordine degli obbligati ai sensi dell’articolo 433 del codice civile, l’obbligo alimentare del convivente di cui al presente comma è adempiuto con precedenza sui fratelli e sorelle».
Gli alimenti non sono mai dovuti nel caso di coppie che si sono lasciate prima dell’entrata in vigore della legge n. 76/2016. Il giudice Buffone, che nella fattispecie concreta ha respinto il ricorso della donna, ha sottolineato infatti come la stessa non abbia indicato se la relazione fosse finita dopo quella data.
Un altro limite chiarito nella sentenza è quello della competenza: per gli ex conviventi, anche con figli, la decisione sugli alimenti spetta al giudice civile monocratico. E non invece al tribunale collegiale, come succede per le coppie sposate.
Lo studio legale Mirabella – Barbaglia si occupa anche della presentazione di tali istanze e può offrirvi una consulenza completa e mirata su queste problematiche.
Per quanto riguarda il diritto agli alimenti e le modalità attraverso cui richiederlo vedi anche qui
Se ne è parlato anche nel corso del TG1: vedi qui

Genitori in disaccordo nella scelta tra la scuola pubblica o privata? Sceglie il tribunale (e sceglie la scuola pubblica)!

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La IX sezione civile del Tribunale di Milano è punto di riferimento in Italia per il diritto di famiglia.
Oggi vi segnaliamo questo decreto del 4 febbraio 2015 nel quale si dice che:
<<Laddove non esista, o non persista, un’intesa tra i genitori a
favore di qualsivoglia istituto scolastico privato e non emergano
evidenti controindicazioni all’interesse del minore (in particolare
riconducibili a sue insite difficoltà di apprendimento, a particolari fragilità
 di inserimento nel contesto dei coetanei, a esigenze di
coltivare studi in sintonia con la dotazione culturale o l’estrazione
nazionale dei genitori ecc.), la decisione dell’Ufficio giudiziario –
in sé sostitutiva di quella della coppia genitoriale – non può che
essere a favore dell’istruzione pubblica, secondo i canoni
dall’ordinamento riconosciuti come idonei allo sviluppo culturale
di qualsiasi soggetto minore residente sul territorio>>.
Le istituzioni scolastiche pubbliche sono, infatti, espressione primaria e diretta del sistema nazionale di istruzione, nonché esplicazione principale del diritto costituzionalmente garantito all’istruzione (art. 33 comma II cost.).
Le altre istituzioni scolastiche (paritarie, private in generale), possono incontrare il favore del giudice, nella risoluzione del conflitto, solo là dove emergano elementi precisi e di dettaglio per accertare un concreto interesse effettivo dei figli a frequentare
una scuola diversa da quella pubblica.
Peraltro, la scelta del giudicante nel senso della scuola pubblica è una scelta “neutra” che non rischia di orientare il minore verso determinate scelte educative o di orientamento culturale in generale (e ciò, invece, potrebbe avvenire nella designazione di una scuola privata)

Contratti di convivenza

Si intendono per «conviventi di fatto» due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile. Per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’articolo 4 e alla lettera b) del comma 1 dell’articolo 13 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 1989, n. 223. I conviventi di fatto possono disciplinare i rapporti patrimoniali relativi alla loro vita in comune con la sottoscrizione di un contratto di convivenza. Il contratto reca l’indicazione dell’indirizzo indicato da ciascuna parte al quale sono effettuate le comunicazioni inerenti al contratto medesimo. Dal 5 giugno 2016 è possibile stipularli anche presso il nostro studio.

Studio LegaleMirabella Barbaglia