Compravendita di immobili in condominio.

Vi è mai capitato di voler acquistare/vendere un immobile? Se detto immobile è in un condominio, prima dell’acquisto o della vendita, onde evitare spiacevoli conseguenze, occorre prestare attenzione, tra le altre cose, alle delibere assembleari: infatti nel caso di vendita di una casa sita in condominio, nel quale siano stati deliberati lavori di straordinaria manutenzione, ristrutturazione o innovazioni sulle parti comuni, qualora il compratore e il venditore non si siano diversamente accordati in ordine alla ripartizione delle spese, i relativi costi devono essere posti a carico si colui che era proprietario dell’immobile al momento della delibera assembleare che abbia disposto l’esecuzione dei detti interventi.

La delibera giuridicamente rilevante al fine di individuare il soggetto tenuto a sopportare gli oneri di un intervento straordinario, tuttavia, è solo quella con la quale tali interventi siano effettivamente approvati in via definitiva, con la previsione della commissione del relativo appalto e la individuazione dell’inerente piano di riparto dei corrispondenti oneri, non assumendo rilievo l’adozione di una precedente delibera assembleare meramente preparatoria o interlocutoria, che non sia propriamente impegnativa per il condominio e che non assuma, perciò, carattere vincolante e definitivo per l’approvazione dei predetti interventi.

Tale delibera ha valore costitutivo della relativa obbligazione, sicché ove le spese in questione siano state deliberate antecedentemente alla stipulazione del contratto di vendita, ne risponde il venditore, a nulla rilevando che le opere siano state, in tutto o in parte, seguite successivamente, e l’acquirente ha diritto di rivalersi, nei confronti del medesimo, di quanto pagato al condominio per tali spese, in forza del principio di solidarietà passiva di cui all’art. 63 disp. att. c.c. (nella specie la delibera in tal senso rilevante è stata adottata successivamente alla stipula del contratto di compravendita).

Tribunale Milano, sez. lav., 12/01/2016, n. 27

Scuola, autolesione del minore e responsabilità dell’insegnante.

Vi segnaliamo un provvedimento interessante in tema di #SCUOLA#AUTOLESIONE DEL #MINORE E RESPONSABILITA’ DELL’INSEGNANTE.

CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – 3 – ORDINANZA 22 maggio 2017, n.12842.

In tema di #responsabilitàcivile dei #maestri e dei #precettori, per superare la presunzione di #responsabilità a loro carico di cui all’art. 2048 cod. civ., è necessaria la dimostrazione di aver esercitato la #vigilanza sugli #alunni nella misura dovuta e del carattere imprevedibile e repentino dell’azione dannosa.
Il caso riguarda un bambino che si era accucciato accanto ad un palo della luce posto ai margini del cortile della scuola, e che alzandosi repentinamente e girandosi di scatto, ha urtando la fronte. La collocazione e la conformazione del palo sono stati considerati del tutto normali in rapporto all’utilizzazione del cortile, il palo era pienamente visibile e non era stato dedotto alcun difetto di vigilanza da parte dell’ #insegnante, sicché il comportamento del tutto #imprevedibile del #bambino integra gli estremi del #casofortuito.

CORTE DI CASSAZIONE – SEZ. VI – 3 – ORDINANZA 22 maggio 2017, n.12842 – Pres. Amendola – est. Cirillo

Ragioni della decisione

Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 115 cod. proc. civ.; con il secondo, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 1218 del codice civile.

Osserva il ricorrente che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere sussistente, nella specie, il caso fortuito e non avrebbe fatto corretta applicazione dei principi giurisprudenziali secondo cui l’Istituto scolastico ed il Ministero avrebbero potuto liberarsi della loro responsabilità solo dimostrando di aver adottato tutte le cautele necessarie ad evitare il fatto dannoso; nella specie, la pericolosità del palo era stata riconosciuta per iscritto anche dal Dirigente scolastico.

I due motivi, da trattare congiuntamente siccome tra loro strettamente connessi, non sono fondati.

La Corte d’appello, con un accertamento di fatto non sindacabile in questa sede, ha ricostruito le modalità dell’incidente ed ha affermato che il piccolo N. si era ‘accucciato accanto ad un palo della luce posto ai margini del cortile, alzandosi repentinamente e girandosi di scatto’, e in tal modo urtando la fronte. La sentenza ha poi accertato che la collocazione e la conformazione del palo dovevano considerarsi del tutto normali in rapporto all’utilizzazione del cortile, che il palo era pienamente visibile e che non era stato dedotto alcun difetto di vigilanza da parte dell’insegnante, sicché il comportamento del tutto imprevedibile del bambino integrava gli estremi del caso fortuito.

L’accertamento di merito, quindi, ha consentito di escludere un difetto di vigilanza da parte dell’insegnante e di riconoscere l’assoluta repentinità ed imprevedibilità del comportamento del bambino, verificatosi in un contesto privo di pericolosità.

Si tratta, come ben si vede, di una ricostruzione che ha tenuto conto dei principi della giurisprudenza di questa Corte e ne ha fatto corretta applicazione. In particolare, proprio la sentenza 13 novembre 2015, n. 23202, citata in ricorso, ha ribadito che in tema di responsabilità civile dei maestri e dei precettori, per superare la presunzione di responsabilità a loro carico di cui all’art. 2048 cod. civ., è necessaria la dimostrazione di aver esercitato la vigilanza sugli alunni nella misura dovuta e del carattere imprevedibile e repentino dell’azione dannosa; il che è quanto la Corte di merito ha verificato nel caso concreto.

I due motivi di ricorso, in realtà, dietro la formulazione delle censure di violazione di legge, si risolvono nell’evidente tentativo di sollecitare questa Corte ad un nuovo e non consentito esame del merito; tanto più che la Corte d’appello ha anche considerato e valutato la lettera redatta sull’accaduto dalla Dirigente scolastica. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione in favore di ciascuno dei controricorrenti, liquidate ai sensi del d.m. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate per ciascuno dei controricorrenti in complessivi Euro 2.300, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Fonte: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp…

Vaccini e nesso di causalità.

Buon mercoledì! Vi chiediamo uno sforzo di concentrazione perché quest’oggi vi segnaliamo una pronuncia interessantissima in tema di #vaccini e di #nessodicausalità. In questi ultimi tempi, da più parti, arrivano voci allarmanti sulla presunta pericolosità dei vaccini e del loro contenuto in #metalli pesanti. Ebbene in questa sentenza si spiega come in assenza di una legge di copertura che abbia fondamento scientifico (ovvero: non esistono a tutt’oggi spiegazioni mediche comunemente accettate circa le genesi dei tumori del sistema linfatico), occorre fare riferimento al criterio del <<più probabile che non>> sia sotto il profilo strettamente scientifico, sia sotto quello statistico. Fatta questa premessa, e tenuto conto che in corso di causa, gli stessi consulenti tecnici (d’ufficio e di parte) concludono per l’impossibilità in base alle leggi scientifiche universali di ricondurre l’evento malattia-morte alla presenza di eccipienti nei vaccini, La Corte d’appello di #Bologna ha #RIGETTATO la richiesta di risarcimento del danno intentata dagli eredi di un soldato deceduto a causa di un #tumore del sistema linfatico insorto (secondo gli attori) a seguito della somministrazione di alcune dosi vaccinali (in totale 801,5 mg di vaccini,4 compreso quello per l’antitetanica). La corte rileva che se anche l’intero prodotto fosse stato composto da soli metalli pesanti, o altre sostanze cancerogene come la formaldeide, il soldato avrebbe assunto un quantitativo di sostanze nocive assolutamente inferiore a quelle che statisticamente vengono assunte mediante il consumo di cibo e di medicinali di uso comune o di sostante di altro genere (ad esempio il fumo di sigaretta e il defunto fumava) o le polveri sottili presenti nell’ambiente). Secondo la Corte è dunque STATISTICAMENTE PROVATO che gli additivi contenuti nei vaccini non fossero in quantità superiore rispetto a quelli assimilati in altro modo (assunzione di cibo o fumo di sigaretta) e dunque è più probabile che la reazione anomala del sistema immunitario sia derivato dalla maggior quantità di sostanze nocive assunte altrove, ossia in sede diversa rispetto a quella della vaccinazione militare.
 
Qui potete leggere il testo della sentenza per intero.

Mancata prescrizione dell’amniocentesi, responsabilità medica.

Corte di Cassazione Sezione III CivileSentenza 10/01/2017 n° 243

Nel caso di nascita di un bambino con la sindrome di Down, il medico è sempre considerato responsabile per l’omessa prescrizione dell’amniocentesi, anche se in un secondo momento, a seguito di ulteriori controlli, è poi la gestante a rifiutare di effettuare tale esame: quest’ultima, infatti, perde la chance di conoscere lo stato di gravidanza al momento iniziale in cui doveva essere prescritta l’amniocentesi e non quando la gravidanza è in stato avanzato e sopravviene il rifiuto della gestante stessa.

E’ questo il contenuto riassuntivo della sentenza n. 243 della Corte di Cassazione, III sezione civile, del 10 gennaio 2017, su un delicatissimo caso di responsabilità medica.

Per chi fosse interessato, qui i motivi per esteso della suddetta decisione:

http://www.webgiuridico.it/sentenze2017/243-2017.htm

Chi deve pagare i costi della casa di cura del malato di alzheimer che non riesce a coprirli interamente con la propria pensione? I parenti o lo Stato?

Con una netta inversione di orientamento, infatti, il Tribunale civile di Padova con la sentenza numero 2552/2016 aveva stabilito che i famigliari avrebbero dovuto pagare per il loro caro affetto da alzheimer, ricoverato in una struttura assistenziale, poiché la pensione di quest’ultimo non era sufficiente a coprire i costi della struttura stessa.
Era stato quindi confermato il decreto ingiuntivo che una casa di riposo aveva emesso a carico di due famigliari di una anziana, affetta da alzheimer, lì ricoverata.
Il giudice di Padova, nella propria sentenza, citava la decisione della Cassazione n. 4558/2012 che aveva invece posto un principio fondamentale: “l‘attività prestata in favore di un soggetto gravemente affetto da mordo di Alzheimer ricoverato in istituto di cura è qualificabile come attività sanitaria, quindi di competenza del servizio sanitario nazionale, non essendo possibile determinare le quote di natura sanitaria e detrarle da quelle di natura assistenziale.
Per la Cassazione ne conseguiva la non recuperabilità, mediante azione di rivalsa a carico dei parenti del paziente, delle prestazioni di natura assistenziale.
Il giudice civile di Padova, con un improvviso cambio di orientamento, aveva affermato però nella propria sentenza che “il quadro normativo di riferimento, rispetto a quello che ha consentito alla Suprema Corte di adottare la decisione 4558/2012 appare oggi radicalmente mutato”. Per il giudice di Padova non sarebbe più possibile far leva solo sul fatto che non sono distinguibili i costi sanitari da quelli assistenziali per non versare quanto non corrisposto alla casa di cura direttamente dai malati.
Avevamo concluso il nostro articolo con la speranza che la Cassazione rimanesse sull’orientamento preso con la propria sentenza n. 4558/2012.
Torniamo ora sulla questione per una nuova sentenza, la n. 617/2017, del tribunale di Monza questa volta, che, invece ha stabilito, che la retta per il paziente malato di Alzheimer, ricoverato in una Residenza sanitaria assistenziale (Rsa) è a carico dello Stato e non dei familiari.
In quest’ultimo caso, dunque, il decreto ingiuntivo finalizzato ad ottenere dai congiunti di una paziente affetta da Alzheimer il pagamento della retta per il ricovero, è stato revocato e il giudice ha anche condannato la struttura a restituire quanto già in precedenza percepito dai parenti dell’anziana signora.
Quest’ultima decisione, dunque, si conforma all’orientamento più favorevole ai malati di alzheiemer e alle loro famiglie, non potendo su di loro gravare un’attività di rilievo sanitario.

La tutela (o meglio le tutele) di fronte alle immissioni rumorose, anche di lieve entità.

Oggi parliamo di immissioni rumorose.

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Della materia si occupa l’art. 844 del codice civile che ci dice che:
 
Il proprietario di un fondo non può impedire le immissioni di fumo o di calore, le esalazioni, i rumori, gli scuotimenti e simili propagazioni derivanti dal fondo del vicino, se non superano la normale tollerabilità, avuto anche riguardo alla condizione dei luoghi.
Nell’applicare questa norma l’autorità giudiziaria deve contemperare le esigenze della produzione con le ragioni della proprietà. Può tener conto della priorità di un determinato uso.
Ma cosa si intende per normale tollerabilità? Potremmo definirla come il limite entro il quale l’immissione è ritenuta accettabile. Secondo la Corte di Cassazione, questo limite di tollerabilità delle immissioni, a norma dell’articolo 844 c.c., non ha carattere assoluto, ma relativo, nel senso che deve essere fissato con riguardo al caso concreto, tenendo conto delle condizioni naturali e sociali dei luoghi e delle abitudini della popolazione (sentenza n. 22105 del 29 ottobre 2015).
E ancora, quali sono le tutele previste contro tali immissioni?
Con la sentenza n. 1069 del 18 gennaio 2017 la Corte di cassazione chiarisce che

 “sussistono due livelli di tutela di fronte all’immissione rumorosa, da una parte il regime amministrativo deputato alla P.A. (disciplinato dalla Legge n. 447 del 1995, e dal D.P.C.M. del 1991 con successive modifiche ed integrazioni) e dall’altro vigono i principi civilistici che regolano i rapporti tra privati riconducibili nell’ambito del codice agli articoli 844 e 2043 c.c., dotati di fondamento costituzionale e comunitario”
Ma se questo limite viene superato, ma di poco?
La Suprema Corte ci spiega che se il superamento dei livelli massimi di tollerabilità determinati da leggi e regolamenti integrano senz’altro gli estremi di un illecito, l’eventuale non superamento non può considerarsi senz’altro lecito, dovendo il giudizio sulla loro tollerabilità essere effettuato alla stregua dei principi stabiliti dall’art. 844 cod. civ.
Tale principio, nella sua prima parte, si basa sull’evidente considerazione che, se le emissioni acustiche superano, la soglia di accettabilità prevista dalla normativa speciale a tutela di interessi della collettività, così pregiudicando la quiete pubblica, a maggior ragione le stesse, ove si risolvano in immissioni nell’ambito della proprietà del vicino, ancor più esposto degli altri, in ragione della vicinanza, ai loro effetti dannosi, devono per ciò solo considerarsi intollerabili, ai sensi dell’art. 844 c.c. e, pertanto, illecite anche sotto il profilo civilistico.
In conclusione si potrebbe dire che il superamento dei limiti massimi di rumore stabiliti dalla legge, pur di poco rispetto ai livelli consentiti, integra comunque gli estremi di un illecito.

Licenziamento illegittimo durante il primo anno di vita del bambino

Corte di Cassazione Sez. Lavoro. Sentenza n. 475/2017
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Alla Suprema Corte si è presentato il caso di una donna che era stata licenziata dopo la nascita della figlia e prima che quest’ultima compisse il suo primo anno di vita.
La Corte, dichiarando illegittimo il licenziamento, ha ribadito che, in questa delicata fase della vita di una madre, soltanto la colpa grave può giustificarne il licenziamento.
La stessa sentenza sottolinea infatti che “il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’inizio del periodo di gestazione sino al compimento di un anno di età del bambino è nullo ed improduttivo di effetti ai sensi dell’art. 2 della legge 1204/71; per la qual cosa il rapporto deve ritenersi giuridicamente pendente ed il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio ed a pagarle tutti i danni derivanti dall’inadempimento in ragione del mancato guadagno (tra le molte, Cass. nn. 18357/04; 24349/10) … la nullità del licenziamento è comminata quindi ai sensi dell’art. 54 del D.lg.vo n. 151/01 e la detta declaratoria è del tutto svincolata dai concetti di giusta causa e giustificato motivo, prevedendo una autonoma fattispecie idonea a legittimare, anche in caso di puerperio, la sanzione espulsiva, quella, cioè, della colpa grave della lavoratrice. Il rapporto, nel caso di specie, va considerato come mai interrotto e la lavoratrice ha diritto alle retribuzioni dal giorno del licenziamento sino alla effettiva riammissione in servizio (tra le molte, Cass. n. 2244/06).”
Il codice, pur menzionando il concetto di colpa grave, non definisce in maniera precisa il suo significato.
La colpa grave deve essere oggetto di un attento ambito di indagine rimesso al giudice: tale valutazione dovrà estendersi ad un’ampia ricostruzione fattuale del caso concreto e alla considerazione del licenziamento nella pluralità dei suoi diversi componenti.
Tale più esteso ambito di indagine è conseguenza necessaria del carattere autonomo e particolare della fattispecie in esame, in quanto la colpa grave, che giustifica la risoluzione del rapporto, è quella della donna che si trova in una fase di oggettivo rilievo personale e psicologico nella sua esistenza.
Tale indagine dovrà essere svolta dal giudice di merito alla stregua di un adeguato rigore valutativo: la situazione da verificare, infatti, oltre a dover essere di gravità tale da giustificare la risoluzione del rapporto di lavoro, si deve porre, nella disciplina di cui all’art. 54 d.lgs. n. 151/2001, come causa di esclusione di un divieto di licenziamento che sottolinea invece la tutela costituzionale della maternità e dell’infanzia.

Il mantenimento della ex moglie casalinga, anche se in grado di lavorare.

Corte di Cassazione Sentenza  n. 789 del 13/01/2017
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La Corte di Cassazione, ha esaminato il caso di una casalinga quarantenne che, anche se in grado di lavorare, non ha perso l’assegno di mantenimento.
Nel caso in questione, infatti, la donna mantiene questo diritto per una ragione particolare: nel caso di specie la sua condizione (appunto di casalinga) non le ha permesso di acquisire una concreta e specifica professionalità e, per questo motivo, non ha ricevuto proposte lavorative.
Secondo quanto stabilito dalla Corte, bisogna dunque tener presente la potenziale capacità di guadagno dei coniugi, l’effettiva possibilità di svolgere attività lavorativa e ogni altra circostanza concreata e non limitarsi a valutazione astratte o ipotetiche.
Nel caso trattato è stato anche chiarito che la circostanza di aver creato una nuova famiglia così come la nascita di un figlio dal nuovo compagno/a non determina automaticamente l’esclusione del diritto al mantenimento dell’ex coniuge, poiché anche questo fatto sopravvenuto deve essere valutato al fine di verificare e accertare in concreto la effettiva revoca o la modifica delle condizioni già stabilite in precedenza.
Qui potete leggere la sentenza per esteso (da cassazione.net)

La corte Costituzionale si pronuncia sul cognome materno ai figli.

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Come è noto (e ce ne eravamo già occupati qui) la Corte Costituzionale, con sentenza 286/2016 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno.
Tale preclusione, secondo il giudice delle leggi, 
1) pregiudica il diritto all’identità personale del minore e, al contempo, 
2) costituisce un’irragionevole disparità di trattamento tra i coniugi, che non trova alcuna giustificazione nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare.
Infatti, la piena ed effettiva realizzazione del diritto all’identità personale che nel nome trova il suo primo ed immediato riscontro, unitamente al riconoscimento del paritario rilievo di entrambe le figure genitoriali nel processo di costruzione di tale identità personale, impone l’affermazione del diritto del figlio ad essere identificato, sin dalla nascita, attraverso l’attribuzione del cognome di entrambi i genitori.
E in questa stessa cornice si inserisce anche la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha ricondotto il diritto al nome nell’ambito della tutela offerta dall’art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU).
Viceversa, la previsione dell’inderogabile prevalenza del cognome paterno sacrifica il diritto all’identità del minore, negandogli la possibilità di essere identificato, sin dalla nascita, anche con il cognome materno.
E ancora, il criterio della prevalenza del cognome paterno e la conseguente disparità di trattamento dei coniugi, secondo il giudice delle leggi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.
Anzi è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo, poiché l’unità si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità (sentenza n. 133 del 1970).
La perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, secondo la Corte, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno.
Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli, continua la Corte, in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica.
Tale pronuncia si inserisce nel vuoto normativo lasciato dal legislatore, dopo anni di dibattiti, di sentenze-monito della stessa Consulta e dopo una condanna dell’Italia in sede europea per violazione della CEDU.
Già nel 2006 (ma anche molto prima in realtà) la Corte Costituzionale si era occupata di questo stesso tema nella sentenza 61, nella quale evidenziava proprio l’incompatibilità dell’automatica attribuzione del cognome paterno al figlio legittimo, con i valori costituzionali dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi.
L’automatica attribuzione veniva definita come il retaggio di una concezione patriarcale della famiglia, che affondava le proprie radici nel diritto di famiglia romanistico, e di una tramontata potestà maritale, non più coerente (già allora!) con i principi dell’ordinamento e con il valore costituzionale dell’uguaglianza tra uomo e donna.

E’ lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone? Indicazioni dalla Suprema Corte.

E' lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone-

Ci occupiamo oggi di un tema di strettissima attualità: ormai con l’utilizzo diffuso di smartphone chiunque possiede degli strumenti per registrare conversazioni o riprendere episodi di vita quotidiana.
Ma si possono riprendere/registrare lecitamente conversazioni, anche telefoniche?
E tali registrazioni possono eventualmente essere utilizzate legittimamente nel processo penale e nel processo civile?
Ci viene in aiuto la Cassazione che con la recentissima sentenza 5241/2017 ha sancito che le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da persona autorizzata ad assistervi – che non commette il reato di cui agli art. 617 e 623 c.p., perché autorizzato,costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico ovvero il colloquio tra presenti o la telefonata.
Il soggetto che registra, inoltre, è pienamente legittimato a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio la rende inconfutabile e oggettiva in quanto esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso.
Inoltre tali tipi di registrazioni/riprese di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori (anche all’insaputa di altri) non necessitano di alcuna autorizzazione, in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico ma sono da considerarsi quale forma particolare di documentazione, non sottoposta ai limiti ed alle formalità delle intercettazioni.
D’altra parte, già in passato la Suprema Corte aveva evidenziato come intercettazioni telefoniche e ambientali (che costituiscono un’ingerenza esterna sulla vita privata svolta per opera di un terzo e che dunque necessitano dell’autorizzazione dell’autorità per poter essere svolte) non siano assimilabili alle intercettazioni di conversazioni tra presenti o al telefono svolte da uno degli interlocutori sia pure occultamente, trattandosi di situazioni del tutto diverse fra loro.