“Il mio scopo nella vita è farti piangere”.

Corte di Cassazione – Quinta Sezione Penale, Sentenza 16 marzo 2017, n. 12756.

Segnaliamo questa sentenza della Corte di Cassazione che tocca tre punti fondamentali.

Il casus decisus: il Tribunale di Genova, confermando la decisione di primo grado, aveva condannato un soggetto alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni della parte civile, ritenendolo responsabile del reato di minaccia previsto dall’art. 612 c.p. Contro tale decisione l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione.

Il primo punto statuito è che le dichiarazioni della persona offesa “possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone […] In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della rilevanza probatoria delle prime

Il secondo punto riguarda invece l’efficacia intimidatoria della frase “il mio scopo nella vita è farti piangere” pronunciata dall’imputato nei confronti dell’ex compagna. La corte ha stabilito che essa ha un’effettiva efficacia intimidatoria e integra il reato ex art 612 c.p. (minacce) indipendentemente dal fatto che dalle parole poi non seguano i fatti. La Cassazione, infatti ha rilevato che “elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente“.

Ultimo punto importantissimo riguarda la particolare tenuità del fatto che può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone. Ma, nel caso di specie non solo la vittima si è costituita parte civile, ma ha anche formulato richieste risarcitorie, dunque appare chiara, secondo la Suprema Corte, la volontà di opposizione.

Fonte: http://neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14361

Il concetto di consenso nella violenza sessuale: un esempio dalla svizzera e l’analisi della giurisprudenza italiana.

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Recentemente il Tribunale di Losanna ha condannato un uomo di 47 anni a dodici mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena, per violenza sessuale.
In particolare l’uomo, durante un rapporto sessuale consenziente, si era tolto il preservativo nonostante la partner avesse espresso la volontà di avere esclusivamente un rapporto sessuale protetto.
La Corte ha stabilito che la donna avrebbe rifiutato di avere rapporti sessuali se avesse saputo che il preservativo sarebbe stato rimosso nel corso dell’incontro e ha ritenuto che l’imposizione di un rapporto sessuale non protetto, quando invece il consenso era da riferirsi ad uno protetto, integrasse una vera e propria violenza sessuale.
In sostanza i giudici sono arrivati aduna condanna dando risalto a quel consenso originario, prestato a precise condizioni e al venir meno di quelle condizioni.
E’ una sentenza che da più parti, non solo in Svizzera, ma anche dalla stampa internazionale, è considerata storica perché ci porta ad interrogarci circa il ruolo e il concetto stesso di consenso. Ma non solo, il caso in trattazione ci porta ad interrogarci sul concetto di violenza, al di fuori delle “classiche” ipotesi di stupro.
Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, facendo un salto al di qua delle Alpi, possiamo dire che nel nostro ordinamento il concetto di violenza è ampio e può consistere sia nell’uso dell’energia fisica da cui derivi una coazione personale, sia nell’uso di un qualunque altro mezzo capace di coartare la libertà morale della vittima.
Partendo da questo assunto, la condotta integratrice della violenza sessuale è così descritta nell’art. 609 bis c.p.:
“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.
Secondo la norma codicistica, dunque, presupposto necessario della violenza sessuale è che l’atto sessuale sia associato al costringimento del soggetto passivo – in presenza quindi di un contrasto di volontà tra il soggetto attivo e quello passivo il quale è leso nel diritto ad autodeterminarsi liberamente nella propria sfera sessuale – che può aversi tramite violenza fisica sulla persona o sulle cose, minaccia, intesa come violenza morale, e abuso di autorità.
Ma cosa si intende per atti sessuali? La giurisprudenza di legittimità ne ha elaborato, nel tempo, una nozione ampia: “nel concetto di atti sessuali di cui all’art. 609 bis c.p., bisogna far rientrare non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente; pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorché l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 26.03.2007 n° 12425).
Nel tempo, inoltre, la giurisprudenza ha elaborato e interpretato la norma in questione, arrivando ad affermare che per la sussistenza del reato di violenza sessuale “basta qualsiasi atto finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo al fine dell’eccitazione e/o del soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. L’illiceità della condotta deve essere, pertanto, valutata alla stregua del rispetto dovuto alla persona e nella stessa deve essere ravvisabile la costrizione minacciosa o autoritaria o, comunque, l’intimidazione psicologica nei confronti del soggetto passivo e della sua possibilità di scelta (Corte d’Appello Milano, sez. II,sentenza 24.04.2007).
La libertà di autodeterminazione del soggetto passivo incide inevitabilmente sul consenso prestato da quest’ultimo: il consenso al rapporto sessuale deve, infatti, essere pacifico e non deve subire interruzioni, esitazioni o incertezze, in quanto riguarda la sfera soggettiva del soggetto, la cui dignità e libertà di autodeterminazione devono essere tutelate nella loro massima ampiezza.
In concreto, quindi, può accadere che un soggetto che in un primo momento sia d’accordo ad intrattenere rapporti sessuali, successivamente cambi idea e manifesti il proprio dissenso. Ebbene, tale dissenso successivo deve essere rispettato: “Il consenso agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità, con la conseguenza che integra il reato di violenza sessuale la prosecuzione di un rapporto nel caso in cui il consenso originariamente prestato venga poi meno a seguito di un ripensamento o della non condivisione delle forme o modalità di consumazione dell’amplesso” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 29.01.2008 n° 4532).
Sulla scia di queste pronunce, nel 2016 la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che in tema di abuso sessuale determinato da un mutamento dell’originario consenso iniziale, anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto ma proseguito con modalità sgradite dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.
Percorrendo a ritroso il percorso della Cassazione giunto a una simile conclusione, arriviamo al punto di partenza: l’oggetto giuridico tutelato dal Legislatore. Qual è il bene giuridico protetto nell’enucleazione del reato di violenza sessuale, dunque?
Senza dubbio è la libertà sessuale intesa come «libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile». Le relazioni, dunque, «costituiscono uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente».(Cassazione penale, sez. III, sentenza 07/03/2016 n° 9221).