Mancata prescrizione dell’amniocentesi, responsabilità medica.

Corte di Cassazione Sezione III CivileSentenza 10/01/2017 n° 243

Nel caso di nascita di un bambino con la sindrome di Down, il medico è sempre considerato responsabile per l’omessa prescrizione dell’amniocentesi, anche se in un secondo momento, a seguito di ulteriori controlli, è poi la gestante a rifiutare di effettuare tale esame: quest’ultima, infatti, perde la chance di conoscere lo stato di gravidanza al momento iniziale in cui doveva essere prescritta l’amniocentesi e non quando la gravidanza è in stato avanzato e sopravviene il rifiuto della gestante stessa.

E’ questo il contenuto riassuntivo della sentenza n. 243 della Corte di Cassazione, III sezione civile, del 10 gennaio 2017, su un delicatissimo caso di responsabilità medica.

Per chi fosse interessato, qui i motivi per esteso della suddetta decisione:

http://www.webgiuridico.it/sentenze2017/243-2017.htm

“Il mio scopo nella vita è farti piangere”.

Corte di Cassazione – Quinta Sezione Penale, Sentenza 16 marzo 2017, n. 12756.

Segnaliamo questa sentenza della Corte di Cassazione che tocca tre punti fondamentali.

Il casus decisus: il Tribunale di Genova, confermando la decisione di primo grado, aveva condannato un soggetto alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni della parte civile, ritenendolo responsabile del reato di minaccia previsto dall’art. 612 c.p. Contro tale decisione l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione.

Il primo punto statuito è che le dichiarazioni della persona offesa “possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone […] In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della rilevanza probatoria delle prime

Il secondo punto riguarda invece l’efficacia intimidatoria della frase “il mio scopo nella vita è farti piangere” pronunciata dall’imputato nei confronti dell’ex compagna. La corte ha stabilito che essa ha un’effettiva efficacia intimidatoria e integra il reato ex art 612 c.p. (minacce) indipendentemente dal fatto che dalle parole poi non seguano i fatti. La Cassazione, infatti ha rilevato che “elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente“.

Ultimo punto importantissimo riguarda la particolare tenuità del fatto che può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone. Ma, nel caso di specie non solo la vittima si è costituita parte civile, ma ha anche formulato richieste risarcitorie, dunque appare chiara, secondo la Suprema Corte, la volontà di opposizione.

Fonte: http://neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14361