Il delitto di rapina e il rapporto con l’attenuante del danno di speciale tenuità.

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. II PENALE – SENTENZA 18 settembre 2017, n. 42536

L’attenuante del danno di speciale tenuità è sempre applicabile al delitto di rapina se il bene mobile sottratto è di modestissimo valore?

La suprema corte ci dice di no, perché ai fini della configurabilità dell’attenuante del danno di speciale tenuità con riferimento al delitto di rapina, non è sufficiente che il bene mobile sottratto sia di modestissimo valore economico, ma occorre valutare anche gli effetti dannosi connessi alla lesione della persona contro la quale è stata esercitata la violenza o la minaccia.  Il delitto di rapina, infatti, ha natura plurioffensiva e lede, dunque, non solo il patrimonio, ma anche la libertà e l’integrità fisica e morale della persona aggredita per la realizzazione del profitto. Ne consegue che, solo ove la valutazione complessiva del pregiudizio sia di speciale tenuità può farsi luogo all’applicazione dell’attenuante, sulla base di un apprezzamento riservato al giudice di merito e non censurabile in sede di legittimità, se immune da vizi logico-giuridici.

Qui per il testo della sentenza

Vaccini e nesso di causalità.

Buon mercoledì! Vi chiediamo uno sforzo di concentrazione perché quest’oggi vi segnaliamo una pronuncia interessantissima in tema di #vaccini e di #nessodicausalità. In questi ultimi tempi, da più parti, arrivano voci allarmanti sulla presunta pericolosità dei vaccini e del loro contenuto in #metalli pesanti. Ebbene in questa sentenza si spiega come in assenza di una legge di copertura che abbia fondamento scientifico (ovvero: non esistono a tutt’oggi spiegazioni mediche comunemente accettate circa le genesi dei tumori del sistema linfatico), occorre fare riferimento al criterio del <<più probabile che non>> sia sotto il profilo strettamente scientifico, sia sotto quello statistico. Fatta questa premessa, e tenuto conto che in corso di causa, gli stessi consulenti tecnici (d’ufficio e di parte) concludono per l’impossibilità in base alle leggi scientifiche universali di ricondurre l’evento malattia-morte alla presenza di eccipienti nei vaccini, La Corte d’appello di #Bologna ha #RIGETTATO la richiesta di risarcimento del danno intentata dagli eredi di un soldato deceduto a causa di un #tumore del sistema linfatico insorto (secondo gli attori) a seguito della somministrazione di alcune dosi vaccinali (in totale 801,5 mg di vaccini,4 compreso quello per l’antitetanica). La corte rileva che se anche l’intero prodotto fosse stato composto da soli metalli pesanti, o altre sostanze cancerogene come la formaldeide, il soldato avrebbe assunto un quantitativo di sostanze nocive assolutamente inferiore a quelle che statisticamente vengono assunte mediante il consumo di cibo e di medicinali di uso comune o di sostante di altro genere (ad esempio il fumo di sigaretta e il defunto fumava) o le polveri sottili presenti nell’ambiente). Secondo la Corte è dunque STATISTICAMENTE PROVATO che gli additivi contenuti nei vaccini non fossero in quantità superiore rispetto a quelli assimilati in altro modo (assunzione di cibo o fumo di sigaretta) e dunque è più probabile che la reazione anomala del sistema immunitario sia derivato dalla maggior quantità di sostanze nocive assunte altrove, ossia in sede diversa rispetto a quella della vaccinazione militare.
 
Qui potete leggere il testo della sentenza per intero.

Utilizzare il parcheggio riservato a disabili? Non è solo incivile, è anche reato!

Costituisce violenza privata la condotta di chi impedisce all’avente diritto di parcheggiare la propria autovettura, occupando o impedendo l’accesso agli spazi a lui riservati; ciò rappresenta una modalità di coartazione dell’altrui volontà peraltro realizzata con la piena consapevolezza dell’illiceità della propria condotta. La pena quindi non potrà essere una semplice sanzione amministrativa per aver violato le norme del codice della strada, ma una condanna in sede penale che prevede la reclusione fino a 4 anni (ex art. 610 c.p.)

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE V PENALE

Sentenza 24 febbraio – 7 aprile 2017, n. 17794

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PALLA Stefano – Presidente –

Dott. MAZZITELLI Caterina – Consigliere –

Dott. MORELLI Francesca – Consigliere –

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere –

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

M.M. nato il (OMISSIS);

avverso la sentenza del 26/09/2016 della CORTE APPELLO di PALERMO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 23/02/2017, la relazione svolta dal Consigliere Dott. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

Udito il Procuratore Generale persona della Dott.ssa FILIPPI PAOLA, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio perchè il fatto non sussiste.

Svolgimento del processo

1 Con sentenza del 26 settembre 2016, la Corte di appello di Palermo confermava la sentenza del locale Tribunale che aveva ritenuto M.M. colpevole del delitto di cui all’art. 610 c.p. , per avere, il (OMISSIS), parcheggiato la propria autovettura in uno spazio riservato a S.G., affetta da gravi patologie, così impedendole di utilizzarlo fino alla rimozione della sua autovettura.

Il compendio probatorio si fonda sulle dichiarazioni della S. che aveva riferito di non avere potuto parcheggiare la propria autovettura nello spazio appositamente riservatole dal Comune di Palermo fin dal 2005 perchè occupata da un’altra vettura e ciò dalle 10.40 alle 2.20 del giorno successivo quando la Polizia municipale, più volte allertata, provvedeva alla rimozione del mezzo.

L’auto era di proprietà dell’imputato che aveva però affermato che l’aveva affidata in uso al figlio, F.P., ed alla nuora, S.A.

Erano però risultate false le affermazioni della S. di essere stata lei a parcheggiare il mezzo posto che aveva riferito di averla parcheggiata alle 3.00 di notte mentre la S. aveva liberato il posto solo alle successive 8.00 del mattino.

Era quindi fallito il tentativo d’alibi.

La condotta consumata concretava il delitto contestato avendo impedito alla persona offesa di usufruire del parcheggio riservatole.

2 – Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.

2 – 1 – Con il primo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 610 c.p. , ed il difetto di motivazione in ordine alla sussistenza della materialità dell’addebito, posto che il parcheggiare l’autovettura in uno spazio riservato non equivale ad impedire intenzionalmente la marcia ad una vettura (che è il caso in cui la Suprema Corte aveva ritenuto concretarsi il delitto di violenza privata). La S. poi ben avrebbe potuto parcheggiare l’auto in altro spazio.

Non vi era prova che l’imputato avesse rifiutato di rimuovere l’autovettura, solo così potendo consumare il delitto ascrittogli.

2 – 2 – Con il secondo motivo lamenta la violazione di legge, ed in particolare degli artt. 192, 530 e 533 codice di rito, il difetto di motivazione ed il travisamento della prova laddove la Corte non aveva adeguatamente argomentato il fatto che l’autovettura fosse stata lì parcheggiata proprio dal ricorrente.

Non era sufficiente che egli ne fosse l’intestatario ed il fallimento dell’alibi non poteva essere utilizzato come elemento a carico.

2 – 3 – Con il terzo motivo deduce la violazione di legge, ed in particolare dell’art. 603 c.p.p. , comma 2, ed il difetto di motivazione in riferimento al rifiuto di acquisizione del decreto di archiviazione che aveva chiuso il procedimento per falsa testimonianza a carico dei testi che si era ipotizzato avere falsamente riferito le circostanze che conducevano alla alternativa responsabilità della S.

Motivi della decisione

Il ricorso è infondato e va rigettato.

1 – I giudici del merito hanno accertato che il veicolo di proprietà dell’imputato è rimasto parcheggiato nel posto riservato alla persona offesa, disabile, da prima delle 10.40 del (OMISSIS) alle 2.20 del giorno successivo, il (OMISSIS).

Ciò aveva impedito a S.A. di parcheggiare la propria autovettura nello spazio vicino a casa, assegnatole a causa della sua disabilità.

La difesa, nel primo motivo di ricorso, eccepisce l’insussistenza degli elementi oggettivi del delitto contestato posto che i precedenti giurisprudenziali sono nel senso che costituisce violenza privata la condotta di chi impedisca la marcia di un’altra autovettura la quale quindi è immediatamente identificabile da chi ne ostacola la marcia, una condotta diversa da quella contestata al ricorrente.

Deve invece sottolinearsi come anche il ricorrente abbia impedito, ponendo la propria autovettura negli spazi riservati, all’avente diritto di parcheggiare la propria autovettura. Con la piena consapevolezza di quanto andava facendo non avendo affatto affermato di non avere notato la segnaletica orizzontale e verticale che segnalava lo spazio come riservato ad un singolo utente, disabile.

Certo, se lo spazio fosse stato genericamente dedicato al posteggio dei disabili la condotta del ricorrente avrebbe integrato la sola violazione dell’art. 158 C.d.S., comma 2, che punisce, appunto, con sanzione amministrativa, chi parcheggi il proprio veicolo negli spazi riservati alla fermata o alla sosta dei veicoli di persone invalide. Ma, in questo caso, quando lo spazio è espressamente riservato ad una determinata persona, per ragioni attinenti al suo stato di salute (come non si contesta essere avvenuto nel presente caso specifico), alla generica violazione della norma sulla circolazione stradale si aggiunge l’impedimento al singolo cittadino a cui è riservato lo stallo di parcheggiare lì dove solo a lui è consentito lasciare il mezzo.

Sussiste pertanto l’elemento oggettivo del delitto contestato.

2 – Ne sussiste anche l’elemento soggettivo, contestato dalla difesa sempre nel primo motivo di ricorso, in considerazione del fatto che l’imputato, avendo visto la segnaletica, era cosciente di lasciare l’autovettura in un posto riservato ad una specifica persona, così impedendole di parcheggiare nello stesso spazio e non l’aveva fatto per quei pochi minuti che avrebbero consentito di dubitare della sua volontà ma aveva parcheggiato l’autovettura la mattina, prima delle 10.40, lasciandovela fino alla notte e quindi impedendo al disabile, a cui era stato assegnato il posto, di parcheggiare il veicolo anche al suo ritorno serale nella propria abitazione. Tanto che, solo alle 2.00, l’autovettura veniva rimossa ma coattivamente dalla polizia locale.

2 – Il secondo motivo è inammissibile perché versato in fatto e, invece, esula dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, riv. 207944; tra le più recenti: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

Il motivo proposto tende, appunto, ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi da quelli adottati dal giudice di merito, il quale, con motivazione esente da vizi logici e giuridici, ha esplicitato le ragioni del suo convincimento.

La Corte palermitana aveva dato conto dell’ipotesi alternativa offerta dalla difesa, che l’autovettura fosse stata parcheggiata dalla nuora, e ne aveva dedotto la falsità dal fatto che costei aveva riferito di avere parcheggiato il veicolo in un momento in cui ciò non sarebbe stato possibile posto che lo spazio era occupato dall’avente diritto.

3 – E’ inammissibile anche il terzo motivo di ricorso visto che non vi è una conseguenzialità inevitabile fra l’esito del presente procedimento e quello del processo relativo alle false testimonianze costituenti la prova d’alibi anche in considerazione della congrua motivazione offerta dalla Corte territoriale sul punto.

4 – Al rigetto del ricorso segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del grado.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, il 23 febbraio 2017.

Depositato in Cancelleria il 7 aprile 2017

Evitare la decurtazione dei punti della patente mentendo sull’identità del conducente? E’ falso ideologico!

Oggi – sempre a mezzo di una recentissima sentenza (Cass. 12779 del 16.3.2017) – vi offriamo uno spunto di riflessione interessante sulle norme della circolazione stradale e sulle eventuali sanzioni che accompagnano la violazione di queste norme.

Il fatto, nello specifico, riguarda una donna multata per per essere stata sorpresa a parlare al telefono cellulare mentre era alla guida dell’auto. La stessa aveva poi successivamente dichiarato all’organo accertatore che alla guida del veicolo vi era in realtà il padre, affermazione ritenuta dai giudici di merito falsa in base a quanto riferito dal verbalizzante della contravvenzione, per il quale la persona che si trovava alla guida dell’autovettura con il telefono cellulare in mano era una donna.

I caratteri della situazione esaminata, secondo la suprema Corte, nella quale la dichiarazione sull’identità del conducente produce l’effetto di individuare il soggetto destinatario della sanzione amministrativa concludendo correttamente il relativo procedimento, rientrano nel delitto di cui all’art. 483 c.p. (falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico), che, secondo i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, sussiste quando la dichiarazione del privato sia trasfusa in un atto pubblico destinato a provare la verità dei fatti attestati, il che avviene quando la legge obblighi il privato a dichiarare il vero ricollegando specifici effetti al documento nel quale la dichiarazione è inserita dal pubblico ufficiale ricevente.

Ergo, se vi capitasse una situazione simile, non dichiarate falsamente che alla guida del veicolo con cui avete commesso un’infrazione stradale c’era, in realtà, un’altra persona, considerato che per evitare dalla decurtazione dei punti della patente si rischia una condanna penale per falso ideologico! 

Qui potete lettere il testo della sentenza

 

Furto in abitazione e la nozione di privata dimora.

Rientra nella nozione di privata dimora, ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 624bis cod. pen., il luogo dove si esercita un’attività commerciale o imprenditoriale (nella specie, ristorante)?
.
Secondo la Suprema Corte NO «salvo che il fatto non sia avvenuto all’interno di un’area riservata alla sfera privata della persona offesa. Rientrano nella nozione di privata dimora di cui all’art. 624-bis cod. pen. esclusivamente i luoghi, anche destinati ad attività lavorativa o professionale, nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico né accessibili a terzi senza il consenso del titolare».

Fonte: http://www.penalecontemporaneo.it/upload/Cass.%20201700652.pdf

Fonte: http://www.penalecontemporaneo.it/d/5309-furto-in-abitazione-le-sezioni-unite-sulla-nozione-di-privata-dimora-ex-art-624-bis-cp

“Il mio scopo nella vita è farti piangere”.

Corte di Cassazione – Quinta Sezione Penale, Sentenza 16 marzo 2017, n. 12756.

Segnaliamo questa sentenza della Corte di Cassazione che tocca tre punti fondamentali.

Il casus decisus: il Tribunale di Genova, confermando la decisione di primo grado, aveva condannato un soggetto alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni della parte civile, ritenendolo responsabile del reato di minaccia previsto dall’art. 612 c.p. Contro tale decisione l’imputato ha proposto ricorso per Cassazione.

Il primo punto statuito è che le dichiarazioni della persona offesa “possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone […] In ogni caso, la verifica attraverso indici esterni delle dichiarazioni della persona offesa non si deve tradurre nell’individuazione di prove dotate di autonoma efficacia dimostrativa, dal momento che ciò comporterebbe la vanificazione della rilevanza probatoria delle prime

Il secondo punto riguarda invece l’efficacia intimidatoria della frase “il mio scopo nella vita è farti piangere” pronunciata dall’imputato nei confronti dell’ex compagna. La corte ha stabilito che essa ha un’effettiva efficacia intimidatoria e integra il reato ex art 612 c.p. (minacce) indipendentemente dal fatto che dalle parole poi non seguano i fatti. La Cassazione, infatti ha rilevato che “elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente“.

Ultimo punto importantissimo riguarda la particolare tenuità del fatto che può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone. Ma, nel caso di specie non solo la vittima si è costituita parte civile, ma ha anche formulato richieste risarcitorie, dunque appare chiara, secondo la Suprema Corte, la volontà di opposizione.

Fonte: http://neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=14361

maltrattamenti in famiglia

#dirittoinpillole MALTRATTAMENTI IN FAMIGLIA: CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE – SENTENZA 24 febbraio 2017, n.9154

Il compimento di più atti di natura vessatoria idonei a determinare sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi, integra il delitto di maltrattamenti, senza che sia necessario che essi vengano posti in essere per un tempo prolungato, essendo sufficiente la loro ripetizione, anche se per un limitato periodo di tempo.
[…]
L’uso sistematico della violenza, quale ordinario trattamento del minore, anche dove fosse sostenuto da animus corrigendi, integra il delitto di maltrattamenti.

Quale comportamento tenere in caso di incidente stradale? Qualche indicazione dalla Suprema Corte.

A chi non è mai capitato di essere coinvolto in un sinistro stradale? Ma quanti sanno quale comportamento occorre tenere in caso di incidente stradale e a quali conseguenze ci si espone in caso omissione? In questo post cercheremo di rispondere a queste domande prendendo le mosse innanzi tutto dal dettato normativo. In questo caso viene in rilievo l’art. 189 del codice strada che ci dice testualmente quale comportamento tenere in caso di sinistro stradale.
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Art. 189 del Codice della strada.
Comportamento in caso di incidente

1. L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, ha l’obbligo di fermarsi e di prestare l’assistenza occorrente a coloro che, eventualmente, abbiano subito danno alla persona.

2. Le persone coinvolte in un incidente devono porre in atto ogni misura idonea a salvaguardare la sicurezza della circolazione e, compatibilmente con tale esigenza, adoperarsi affinché non venga modificato lo stato dei luoghi e disperse le tracce utili per l’accertamento delle responsabilità.
3. Ove dall’incidente siano derivati danni alle sole cose, i conducenti e ogni altro utente della strada coinvolto devono inoltre, ove possibile, evitare intralcio alla circolazione, secondo le disposizioni dell’art. 161. Gli agenti in servizio di polizia stradale, in tali casi, dispongono l’immediata rimozione di ogni intralcio alla circolazione, salva soltanto l’esecuzione, con assoluta urgenza, degli eventuali rilievi necessari per appurare le modalità dell’incidente.
4. In ogni caso i conducenti devono, altresì, fornire le proprie generalità, nonché le altre informazioni utili, anche ai fini risarcitori, alle persone danneggiate o, se queste non sono presenti, comunicare loro nei modi possibili gli elementi sopraindicati.
5. Chiunque, nelle condizioni di cui al comma 1, non ottempera all’obbligo di fermarsi in caso di incidente, con danno alle sole cose, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 296 (7) a euro 1.183 (7). In tale caso, se dal fatto deriva un grave danno ai veicoli coinvolti tale da determinare l’applicazione della revisione di cui all’articolo 80, comma 7, si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da quindici giorni a due mesi, ai sensi del capo I, sezione II, del titolo VI. (1) (2)
6. Chiunque, nelle condizioni di cui comma 1, in caso di incidente con danno alle persone, non ottempera all’obbligo di fermarsi, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. (3) Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre anni, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. Nei casi di cui al presente comma sono applicabili le misure previste dagli articoli 281, 282, 283 e 284 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti previsti dall’articolo 280 del medesimo codice, ed è possibile procedere all’arresto, ai sensi dell’articolo 381 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti di pena ivi previsti. (4)
7. Chiunque, nelle condizioni di cui al comma 1, non ottempera all’obbligo di prestare l’assistenza occorrente alle persone ferite, è punito con la reclusione da un anno a tre anni. (5) Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo non inferiore ad un anno e sei mesi e non superiore a cinque anni, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. (1)
8. Il conducente che si fermi e, occorrendo, presti assistenza a coloro che hanno subìto danni alla persona, mettendosi immediatamente a disposizione degli organi di polizia giudiziaria, quando dall’incidente derivi il delitto di lesioni personali colpose, non è soggetto all’arresto stabilito per il caso di flagranza di reato.(8)
8-bis. Nei confronti del conducente che, entro le ventiquattro ore successive al fatto di cui al comma 6, si mette a disposizione degli organi di polizia giudiziaria, non si applicano le disposizioni di cui al terzo periodo del comma 6.
9. Chiunque non ottempera alle disposizioni di cui ai commi 2, 3 e 4 è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 85 (7) a euro 338 (7). (2)
9-bis. L’utente della strada, in caso di incidente comunque ricollegabile al suo comportamento, da cui derivi danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti, ha l’obbligo di fermarsi e di porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso agli animali che abbiano subito il danno.
Chiunque non ottempera agli obblighi di cui al periodo precedente è punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 413 (7) a euro 1.656 (7). Le persone coinvolte in un incidente con danno a uno o più animali d’affezione, da reddito o protetti devono porre in atto ogni misura idonea ad assicurare un tempestivo intervento di soccorso. Chiunque non ottempera all’obbligo di cui al periodo precedente è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 82 a euro 328. (6) (7)

(1) Questo comma è stato così sostituito dalla L. 9 aprile 2003, n. 72.

(2) Comma così modsificato dal D.M. 22 dicembre 2010, in G.U. n. 305 del 31-12-2010.
Successivamente l’importo è stato aggiornato dall’art. 1, D.M. 19 dicembre 2012, a decorrere dal 1° gennaio 2013.
(3) Le parole: “da tre mesi a tre anni” sono state così sostituite dalle attuali: “da sei mesi a tre anni” dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92.
(4) Questo comma è stato così modificato dal D. L. 23 maggio 2008, n. 92.
(5) Le parole: “da sei mesi a tre anni” sono state così sostituite dalle attuali: “da un anno a tre anni” dal D.L. 23 maggio 2008, n. 92.
(6) Comma inserito dalla L. 29 luglio 2010, n. 120.
(7) Importo così aggiornato dall’art. 1, comma 1, D.M. 16 dicembre 2014, a decorrere dal 1° gennaio 2015.
(8) Comma così sostituito dall’ art. 1, comma 6, lett. a), L. 23 marzo 2016, n. 41, a decorrere dal 25 marzo 2016, ai sensi di quanto disposto dall’ art. 1, comma 8, della medesima legge n. 41/2016.

In sintesi, in caso di sinistro stradale vi è l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza. In ogni caso deve avvenire lo scambio dei dati.
Chiunque non ottempera all’obbligo di fermarsi, in caso di sinistro con soli danni alle cose, è soggetto ad una sanzione amministrativa e in caso di grave danno al veicolo, alla sospensione della patente.
Nel caso in cui ci fossero anche dei danni alle persone, la mancata ottemperanza all’obbligo di fermarsi comporterà invece una sanzione penaleoltre alla sospensione della patente di guida. 
Identico comportamento dovrà tenersi nel caso in cui il sinistro veda coinvolti animali.  
Ora occorre chiedersi: cosa comprende questo obbligo di fermarsi? Basta una breve sosta? La Cassazione ci dà qualche indicazione: risponde comunque del reato previsto dall’art. 189, comma sesto (in relazione al comma primo), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, insufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento (Sez. 4, n. 9128 del 02/02/2012 – dep. 07/03/2012, Boffa, Rv. 252734), nella consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro) (Sez. 4, n. 5510 del 12/12/2012 – dep. 04/02/2013, Meta, Rv. 254667).

Suprema Corte di Cassazione

sezione IV

sentenza 29 ottobre 2015, n. 43624

Ritenuto in fatto
1. F.P. ricorre avverso la sentenza indicata in epigrafe con la quale la Corte di appello di Milano ha confermato quella pronunciata dal Tribunale del medesimo capoluogo, con la quale egli é stato giudicato responsabile dei reati di cui rispettivamente all’art. 189, co. 1 e 6 e all’art. 189, co. 1 e 7 Cod. str.
Con il ricorso, proposto personalmente, articolando tre motivi, i primi due denuncianti violazione di legge, l’imputato si duole del fatto che la Corte di appello non abbia dato rilievo al comportamento tenuto subito dopo il sinistro, essendosi egli fermato ad aiutare la persona offesa a rialzarsi e poi si era allontanato credendo in buona fede che dall’incidente stradale non fossero scaturite conseguenze lesive ad altri, non avendo avuto nell’immediato cognizione di quali fossero le reali condizioni di salute della persona offesa.
Con il terzo motivo egli deduce vizio motivazionale perché la Corte é incorsa nel travisamento della prova, atteso che dalle risultanze probatorie non emerge alcuna condotta omissiva del ricorrente, ed ha redatto una carente e contraddittoria motivazione, in merito alla circostanza che l’imputato si era allontanato immediatamente a tutta velocità; ciò perché nella sentenza non si fa alcun riferimento alle risultanze probatorie dalle quali si è dedotta tale circostanza.
Considerato in diritto
2. II ricorso è infondato.
2.1. L’antefatto é indiscusso: il F., alla guida di un veicolo, investiva il pedone A.C. mentre attraversava la strada sulle strisce pedonali; a seguito dell’impatto la donna cadeva al suolo; riusciva a rialzarsi ed aveva un alterco con il F..
Il ricorrente invero asserisce che la Corte distrettuale ha travisato la prova; in realtà manifesta di voler affermare che i giudici hanno malamente valutato i materiali disponibili, asserendo un’omissione di soccorso ed una fuga che il F. non avrebbe commesso. Giova rammentare, al proposito, che con ‘travisamento della prova’, quale vizio deducibile con il ricorso per cassazione, si intende l’errore sul significante e non quello sul significato. Peraltro, si tratta di un vizio che richiede la specifica indicazione della dichiarazione o dei documento erroneamente assunto; e ciò é mancato nel ricorso in esame.
2.2. La Corte di Appello ha ritenuto che il F. non si fosse fermato perché pur arrestatosi si era subito dopo il diverbio allontanato, tanto che i testi presenti non avevano rilevato la targa dei veicolo; ed ha rammentato che ‘Il dovere di fermarsi sul posto dell’incidente deve durare per tutto il tempo necessario all’espletamento delle prime indagini”. Orbene, tale assunto in sostanza non é negato neppure dal ricorrente, il quale lamenta che gli sia stato ascritto di essersi allontanato a tutta velocità, ma non di esser stato affermato che egli non era rimasto sul posto. Va quindi rammentato che il giudizio espresso dalla Corte di Appello è in linea con la giurisprudenza di questa Corte, per la quale risponde del reato previsto dall’art. 189, comma sesto (in relazione al comma primo), il soggetto che, coinvolto in un sinistro con danni alle persone, effettui soltanto una sosta momentanea, insufficiente a garantire l’adempimento degli obblighi di fermarsi e di fornire le proprie generalità ai fini del risarcimento (Sez. 4, n. 9128 del 02/02/2012 – dep. 07/03/2012, Boffa, Rv. 252734), nella consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone (rilevando solo in un successivo momento il definitivo accertamento delle effettive conseguenze del sinistro) (Sez. 4, n. 5510 del 12/12/2012 – dep. 04/02/2013, Meta, Rv. 254667).
Quanto alla consapevolezza di aver causato un incidente idoneo ad arrecare danno alle persone, il ricorrente appare confondere la conoscenza dell’esistenza di un danno con la consapevolezza della possibilità di un danno quale effetto del cagionato sinistro. Ora, è del tutto evidente, già in ragione dei solo impatto tra veicolo e pedone, che l’incidente era suscettibile di provocare danni alla persona, che certo non poteva escludere il F. solo perché la C. si era rialzata.
Quanto al reato di omissione di soccorso, secondo l’orientamento prevalente la consapevolezza che la persona coinvolta nell’incidente ha bisogno di soccorso può assumere la forma dei dolo eventuale, “che si configura normalmente in relazione all’elemento volitivo, ma che può attenere anche all’elemento intellettivo, quando l’agente consapevolmente rifiuti di accertare la sussistenza degli elementi in presenza dei quali il suo comportamento costituisce reato, accettandone per ciò stesso l’esistenza (ex multis, Sez. 4, n. 34134 del 13/07/2007 – dep. 06/09/2007, Agostinone, Rv. 237239).
Proprio di dolo eventuale ha fatto menzione la Corte di Appello, evidenziando gli elementi in forza dei quali l’imputato aveva avuto sicura consapevolezza dell’attitudine del sinistro di produrre danni alla C., sì che, allontanandosi senza prestarle soccorso, aveva manifestato l’accettazione dell’eventualità della necessità di un soccorso.
3. In conclusione il ricorso va rigettato e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Il concetto di consenso nella violenza sessuale: un esempio dalla svizzera e l’analisi della giurisprudenza italiana.

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Recentemente il Tribunale di Losanna ha condannato un uomo di 47 anni a dodici mesi di carcere, con sospensione condizionale della pena, per violenza sessuale.
In particolare l’uomo, durante un rapporto sessuale consenziente, si era tolto il preservativo nonostante la partner avesse espresso la volontà di avere esclusivamente un rapporto sessuale protetto.
La Corte ha stabilito che la donna avrebbe rifiutato di avere rapporti sessuali se avesse saputo che il preservativo sarebbe stato rimosso nel corso dell’incontro e ha ritenuto che l’imposizione di un rapporto sessuale non protetto, quando invece il consenso era da riferirsi ad uno protetto, integrasse una vera e propria violenza sessuale.
In sostanza i giudici sono arrivati aduna condanna dando risalto a quel consenso originario, prestato a precise condizioni e al venir meno di quelle condizioni.
E’ una sentenza che da più parti, non solo in Svizzera, ma anche dalla stampa internazionale, è considerata storica perché ci porta ad interrogarci circa il ruolo e il concetto stesso di consenso. Ma non solo, il caso in trattazione ci porta ad interrogarci sul concetto di violenza, al di fuori delle “classiche” ipotesi di stupro.
Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, facendo un salto al di qua delle Alpi, possiamo dire che nel nostro ordinamento il concetto di violenza è ampio e può consistere sia nell’uso dell’energia fisica da cui derivi una coazione personale, sia nell’uso di un qualunque altro mezzo capace di coartare la libertà morale della vittima.
Partendo da questo assunto, la condotta integratrice della violenza sessuale è così descritta nell’art. 609 bis c.p.:
“Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi”.
Secondo la norma codicistica, dunque, presupposto necessario della violenza sessuale è che l’atto sessuale sia associato al costringimento del soggetto passivo – in presenza quindi di un contrasto di volontà tra il soggetto attivo e quello passivo il quale è leso nel diritto ad autodeterminarsi liberamente nella propria sfera sessuale – che può aversi tramite violenza fisica sulla persona o sulle cose, minaccia, intesa come violenza morale, e abuso di autorità.
Ma cosa si intende per atti sessuali? La giurisprudenza di legittimità ne ha elaborato, nel tempo, una nozione ampia: “nel concetto di atti sessuali di cui all’art. 609 bis c.p., bisogna far rientrare non solo gli atti che involgono la sfera genitale, bensì tutti quelli che riguardano le zone erogene su persona non consenziente; pertanto, tra gli atti suscettibili di integrare il delitto in oggetto, va ricompreso anche il mero sfioramento con le labbra sul viso altrui per dare un bacio, allorché l’atto, per la sua rapidità ed insidiosità, sia tale da sovrastare e superare la contraria volontà del soggetto passivo” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 26.03.2007 n° 12425).
Nel tempo, inoltre, la giurisprudenza ha elaborato e interpretato la norma in questione, arrivando ad affermare che per la sussistenza del reato di violenza sessuale “basta qualsiasi atto finalizzato ed idoneo a porre in pericolo il bene primario della libertà di autodeterminazione del soggetto passivo al fine dell’eccitazione e/o del soddisfacimento dell’istinto sessuale dell’agente. L’illiceità della condotta deve essere, pertanto, valutata alla stregua del rispetto dovuto alla persona e nella stessa deve essere ravvisabile la costrizione minacciosa o autoritaria o, comunque, l’intimidazione psicologica nei confronti del soggetto passivo e della sua possibilità di scelta (Corte d’Appello Milano, sez. II,sentenza 24.04.2007).
La libertà di autodeterminazione del soggetto passivo incide inevitabilmente sul consenso prestato da quest’ultimo: il consenso al rapporto sessuale deve, infatti, essere pacifico e non deve subire interruzioni, esitazioni o incertezze, in quanto riguarda la sfera soggettiva del soggetto, la cui dignità e libertà di autodeterminazione devono essere tutelate nella loro massima ampiezza.
In concreto, quindi, può accadere che un soggetto che in un primo momento sia d’accordo ad intrattenere rapporti sessuali, successivamente cambi idea e manifesti il proprio dissenso. Ebbene, tale dissenso successivo deve essere rispettato: “Il consenso agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità, con la conseguenza che integra il reato di violenza sessuale la prosecuzione di un rapporto nel caso in cui il consenso originariamente prestato venga poi meno a seguito di un ripensamento o della non condivisione delle forme o modalità di consumazione dell’amplesso” (Cassazione penale, sez. III, sentenza 29.01.2008 n° 4532).
Sulla scia di queste pronunce, nel 2016 la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che in tema di abuso sessuale determinato da un mutamento dell’originario consenso iniziale, anche una conclusione del rapporto sessuale, magari inizialmente voluto ma proseguito con modalità sgradite dal partner, rientri a pieno titolo nel delitto di violenza sessuale.
Percorrendo a ritroso il percorso della Cassazione giunto a una simile conclusione, arriviamo al punto di partenza: l’oggetto giuridico tutelato dal Legislatore. Qual è il bene giuridico protetto nell’enucleazione del reato di violenza sessuale, dunque?
Senza dubbio è la libertà sessuale intesa come «libertà di espressione e di autodeterminazione afferente alla sfera esistenziale della persona – e dunque inviolabile». Le relazioni, dunque, «costituiscono uno degli essenziali modi di espressione della persona umana, rientranti tra i diritti inviolabili tutelabili costituzionalmente».(Cassazione penale, sez. III, sentenza 07/03/2016 n° 9221).

E’ lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone? Indicazioni dalla Suprema Corte.

E' lecito registrare (o riprendere) conversazioni con il proprio smartphone-

Ci occupiamo oggi di un tema di strettissima attualità: ormai con l’utilizzo diffuso di smartphone chiunque possiede degli strumenti per registrare conversazioni o riprendere episodi di vita quotidiana.
Ma si possono riprendere/registrare lecitamente conversazioni, anche telefoniche?
E tali registrazioni possono eventualmente essere utilizzate legittimamente nel processo penale e nel processo civile?
Ci viene in aiuto la Cassazione che con la recentissima sentenza 5241/2017 ha sancito che le registrazioni, video e/o sonore, tra presenti, o anche di una conversazione telefonica, effettuata da uno dei partecipi al colloquio, o da persona autorizzata ad assistervi – che non commette il reato di cui agli art. 617 e 623 c.p., perché autorizzato,costituisce prova documentale valida e particolarmente attendibile, perché cristallizza in via definitiva ed oggettiva un fatto storico ovvero il colloquio tra presenti o la telefonata.
Il soggetto che registra, inoltre, è pienamente legittimato a rendere testimonianza, e quindi la documentazione del colloquio la rende inconfutabile e oggettiva in quanto esclude qualsiasi contestazione sul contenuto dello stesso.
Inoltre tali tipi di registrazioni/riprese di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori (anche all’insaputa di altri) non necessitano di alcuna autorizzazione, in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione in senso tecnico ma sono da considerarsi quale forma particolare di documentazione, non sottoposta ai limiti ed alle formalità delle intercettazioni.
D’altra parte, già in passato la Suprema Corte aveva evidenziato come intercettazioni telefoniche e ambientali (che costituiscono un’ingerenza esterna sulla vita privata svolta per opera di un terzo e che dunque necessitano dell’autorizzazione dell’autorità per poter essere svolte) non siano assimilabili alle intercettazioni di conversazioni tra presenti o al telefono svolte da uno degli interlocutori sia pure occultamente, trattandosi di situazioni del tutto diverse fra loro.